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a casa di Elio Mariucci l’arte sposa l’artigianato

Elio Mariucci
3 min.

Non è facile inquadrare il ruolo dell’arte nella vita di Elio Mariucci, la sua casa è una sorta di museo in cui le opere si confondono con creazioni di altri artisti, molti dei quali suoi amici, e di oggetti collezionati nell’arco degli anni; dietro ogni dettaglio si nasconde un ricordo.

Oltre alla pittura, alla scultura e ai suoi mobili speciali, Elio Mariucci si è occupato anche di teatro e recentemente di poesia, ma il primo amore rimane il pennello ed è una passione nata molti anni fa.

di Claudia Belli

«In prima elementare, in occasione del Natale del ’52, mi fu regalato un astuccio con la zip, io fino ad allora avevo visto solo quelli in legno col coperchio che si sfilava. Aprendo il nuovo astuccio venivano fuori tutti i colori, c’era anche il compasso e ho avuto una folgorazione, sono stato colpito come San Paolo sulla via di Damasco. Ero talmente felice che in quel momento ho deciso che nella vita avrei fatto il pittore».

Anche l’artigianato gioca un ruolo importante nel percorso artistico di Elio Mariucci, i suoi mobili colorati sono qualcosa di più di semplici cassettiere, prendono forme insolite e a volte diventano veri e propri personaggi.

«Io ho sempre dipinto, ma dopo la scuola ho lavorato in una litografia ed era una situazione che mi stava stretta: dopo 13 anni me ne sono andato senza sapere cosa avrei fatto dopo. Fortunatamente i miei cognati facevano già i falegnami e con loro ho resistito ben quattro giorni, poi mi sono messo per conto mio e nel frattempo cercavo vecchi mobili al mercatino di Arezzo per smontarli e rimontarli come volevo. Così ho avviato un’attività di restauro e piano piano ho cominciato a introdurre il colore, finché ho iniziato a decorare i miei primi mobili».

All’inizio quindi sono i vecchi mobili a trovare una nuova vita, ma piano piano anche altri piccoli oggetti diventano parte di un modo di concepire l’uso delle cose:

«L’idea del recupero per me è sempre stata affascinante ed è venuta da un’altra parte della mia vita. Abitavo in un palazzo molto grande con un’immensa soffitta piena di cose vecchie dove passavo moltissimo tempo, cercando di assemblare pezzi improbabili nel tentativo di ridargli un’identità e un’anima. Ero affascinato da tutto ciò, tanto che ancora oggi recupero oggetti, persino nelle discariche: mi sono accorto che la gente butta cose straordinarie!».

Questa intensa spinta creativa trova ancora più forza nelle collaborazioni, in particolare quella con un collettivo di artisti molto speciale.

«Sì, è il gruppo 13×3 che nasce nel 1978 per dare forza a delle teorie, a un movimento. Il nome è una sigla che prende spunto dal nostro primo manifesto che rappresentava la gigantografia di una pennellessa le cui misure erano appunto 13×3 cm. A Città di Castello c’erano già molti pittori bravissimi con i quali abbiamo iniziato, alcuni di loro hanno poi proseguito per la loro strada, mentre io, Gino Meoni, Corrado Ottaviani e Piero Pellegrini abbiamo proseguito insieme fino alla morte di Piero, che era il teorico del gruppo. Poi è scomparso anche Ottaviani e il gruppo non aveva più ragione di esistere. Da qualche anno abbiamo dato vita al gruppo Artefare, a cui appartengono anche altri artisti di Città di Castello».

Anche tra le mura domestiche possono nascere veri e propri gruppi di lavoro, nel caso della famiglia di Elio Mariucci è qualcosa di più che una collaborazione occasionale.

«Il laboratorio dei mobili, che purtroppo non esiste più, era portato avanti da me e da mia moglie Manuela, poi è entrata nostra figlia Veronica. La mia collaborazione principale è con mia moglie, con la quale mi confronto anche in maniera rude, ma lei spesso è quella che con calma mi riporta sulla linea giusta».

Elio ha avuto modo di lavorare all’estero in più occasioni, non è stato difficile percepire che purtroppo in Italia c’è ancora poca apertura nei confronti dell’arte contemporanea a…

«Fin dalla mostra a Francoforte con 13×3 ho avvertito una differenza enorme. In Germania fin dal dopoguerra hanno abituato i giovani all’arte contemporanea, mentre qui al massimo si sfiora il Futurismo e non si va oltre. Tre anni fa abbiamo realizzato un progetto bellissimo per una scuola di Norimberga dove si insegnava anche mineraloterapia: per loro abbiamo costruito tra l’altro un grande armadio a forma di sasso all’interno del quale era dipinto un prato fiorito».

Mentre già bolle in pentola un nuovo progetto destinato a una galleria di Francoforte, in cucina Elio Mariucci preferisce proporre qualcosa legato alla tradizione italiana: la mitica  pappa al pomodoro in versione umbra.

«Sono tre i motivi per cui ho deciso di preparare questo piatto: il primo è che adoro il rosso, il secondo è perché è una ricetta semplice e veloce, mentre il terzo importante motivo è rappresentato dall’ingrediente principale che è il pane raffermo, qualcosa da recuperare».

Per seguire Elio: facebook/eliomariucci


LA PAPPA AL POMODORO DI ELIO

La dadolata di pane raffermo e tostato in forno, tagliato a cubetti precisi, è ammorbidita nell’aglio porro fatto appassire in olio bollente e brodo vegetale. A questo punto si aggiunge la passata di pomodoro finché non si raggiunge la tipica consistenza della pappa. Elio prepara tutto con precisione e con l’attenzione tipica di chi non è molto abituato a stare in cucina, sarà per questo che Manuela vigila su ogni passaggio cercando di aiutarlo e dando vita a quei piacevoli battibecchi che caratterizzano la vita quotidiana delle coppie di lunga data e che probabilmente sono parte anche del loro sodalizio artistico oltre che coniugale. Sarà anche per questo che nel sapore si sente il gusto semplice e rassicurante del quotidiano, la presentazione geometrica e colorata però ha ben poco di tradizionale ed è tutta opera dell’artista astratto, fino alla pennellata finale di basilico.

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Pubblicato da

Redazione di the mag

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