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A tirar sassi negli stagni (prima di diventare ciechi del tutto)

Andrea Luccioli mentre sorride

“Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”.

Perdonate lo “spoiler” letterario: questa è una delle frasi con cui si chiude “Cecità”, il libro del premio Nobel portoghese José Saramago.

Testo tornato prepotentemente alla ribalta negli ultimi mesi per via del forte parallelo tra la “cecità” pandemica che in esso viene raccontata e la “nostra” pandemia dovuta al virus SARS-CoV-2.

Il libro di Saramago ci fornisce molti paralleli con quello che stiamo vivendo da settimane, ma è soprattutto quella frase che colpisce per via della sua potenza ideale.

Siamo ciechi che pur vedendo, non vedono.

Dovremmo fissarcela bene in testa questa affermazione, perché coglie il senso della nostra inadeguatezza su questo Pianeta.

Da molti anni ormai il nostro “mondo civile e civilizzato”, tra appelli degli scienziati e prove generali pagate a suon di vite umane, sa che una pandemia catastrofica è dietro l’angolo.

Senza bisogno di andare a scomodare presunti laboratori da cui sarebbero fuoriusciti virus impazziti, è la stessa storia a dircelo: è dalla natura che arrivano i flagelli peggiori.

È stato sempre così e non dovremmo nemmeno stare qui a ricordarlo.

Ma, appunto, non vogliamo vederlo.

Siamo ciechi nel vedere come è il nostro stesso esistere su questo mondo – con le nostre assurde modalità – a fare del genere umano il virus più pericoloso per la Terra.

Un’infezione da cui la Natura non può far altro che difendersi con i suoi strumenti, il Covid-19 in questo caso.

Questa è qualcosa di più che una provocazione, ovviamente.

Nell’ultimo secolo, e negli ultimi decenni in particolare, il genere umano ha scelto di dichiarare guerra alla natura che lo ospita.

Siamo gli invasori e gli aguzzini, invece che i custodi del posto dove viviamo.

Non solo, e qui arriva l’aggravante, nonostante tanti di noi abbiano capito che il nostro esistere è la fonte primaria di sconvolgimenti e catastrofi ambientali, nulla finora è stato veramente fatto per invertire questa tendenza.

Non dico per recuperare agli enormi danni fatti finora, ma per cercare quantomeno di recuperare, di trovare una via armonica che serva a trattare il luogo che ci ospita come lo spazio più prezioso che abbiamo.

Che poi è anche l’unico.

Non lo dico con vacuo spirito ecologista.

Non lo dico con moto di ribellione alla Greta Thunberg.

Lo dico per esclusivo spirito di sopravvivenza.

La Terra ha molte forme di ribellione cui la razza umana non sa difendersi. Anche per questo non abbiamo altra possibilità che quella di virare verso un’esistenza rispettosa, quasi timorosa, nei confronti del Pianeta.

Questa riflessione è il mio piccolissimo sassolino nello stagno.

Nulla di più.

Lasciatelo decantare mentre leggerete le prossime pagine di questo numero un po’ matto di The Mag.

Un numero praticamente monografico.

Un numero fatto di splendide visioni, di vita vissuta, di storie e di tanta umanità.

Chiudo ringraziando tutti quelli che, a cominciare da Daniele Pampanelli e i suoi ragazzi del collettivo Becoming X, hanno contribuito a realizzare una specie di numero monografico che, oltre a un grande valore creativo, è una bellissima testimonianza di umanità.

THE MAG 45 / Visioni – BecomingX

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