A tu per tu con Henry Ruggeri, il fotografo ufficiale di Virgin Radio: una vita dedicata al rock

Pearl Jam - foto di Henry Ruggeri

Henry Ruggeri non ama definirsi un fotografo, ma uno che “scatta foto”. Eppure le sue foto a icone del calibro di U2, Rolling Stones, Bruce Spreengsteen, Depeche Mode e Kiss parlano da sole. E’ uno dei fotografi italiani più conosciuti e ricercarti nel mondo della musica, dove vanta collaborazioni con testate giornalistiche, editoriali e mostre personali.

DI MARIA VITTORIA MALATESTA PIERLEONI

Ritratto di Maria Vittoria Malatesta Pierleoni
Maria Vittoria M.P.

Da tempo, poi, è il fotografo ufficiale di Virgin Radio, un bel colpo per uno che da ragazzo sognava di conoscere i Ramones. 

Noi lo abbiamo intervistato per scoprire qualcosa di più del suo lavoro che, a ben vedere, è prima di tutto una grande passione.

Le Foto



L’intervista

Henry, raccontaci il tuo primo scatto fotografico in assoluto e qual è stato il tuo approccio alla fotografia.

«Il mio primo scatto è a un papavero e risale al 1986 quando mi sono imbarcato in Marina.

Ero già un appassionato di fotografia ma solo come osservatore.

Dato che non potevo uscire se non 2-3 giorni a settimana, l’ho scelto come hobby al quale dedicarmi così ho acquistato una Praktica super economica a La Spezia e il negoziante oltre ad avermi regalato due rullini, mi ha impartito i primi rudimenti sulle tecniche».

Come sei passato a fotografare i musicisti e a diventare il fotografo ufficiale di Virgin Radio?

«Da piccolo acquistavo in duplice copia la rivista Ciao 2001 che collezionavo insieme ai vinili, e dalla quale ritagliavo le fotografie che mi piacevano.

Ho gestito per anni un club di musica dal vivo e contemporaneamente fatto il fotografo amatoriale per una rivista romana di vinili, Raro!.

Il mio gruppo preferito sono i Ramones e ho iniziato a frequentare le band perché volevo conoscerli fino a quando sono diventato amico di Marky Ramone e Ringo che mi hanno coinvolto nel progetto Virgin Radio.

Nel 2007 facevo solo foto per il sito ma quando nel 2010 l’avvento dei social ha richiesto contenuti sempre più importanti, il mio ruolo ha acquisito una maggior definizione».

Quali sono i tuoi fotografi preferiti?

«Anton Corbijn oltre che tecnicamente bravo è riuscito a definire l’identità di alcuni gruppi nell’attitudine e aspetto visual come U2 e Depeche Mode; Danny Clinch e Top Sheehan.

Per la capacità di narrare Lance Mercer, autore dell’iconica copertina di Ten e Kevin Cummins, fotografo storico dei Joy Division che ha avuto il grande merito di raccontare la scena di Manchester degli anni ’80 e dalla nascita dell’Haçienda».

Quanto è importante avere uno stile personale che rende lo scatto immediatamente riconoscibile?

«È essenziale.

Io lavoro molto sui ritratti, quasi mai figura intera ma mezzo busto o primi piani perché mi interessa catturare nel momento del live la solitudine dell’artista sul palco.

Nonostante si trovi in presenza di centinaia di persone, percepisco l’alienazione e il porsi in un livello diverso rispetto sia a chi ha davanti che al resto del gruppo e voglio rappresentare questo.

Ritengo che questa scelta abbia determinato la riconoscibilità del mio tratto.

Scoraggio sempre i fotografi che mi chiedono consigli dall’apporre una firma perché l’obiettivo deve essere quello di rendere la foto riconoscibile a prescindere».

Riesci a vivere emotivamente i concerti quando fotografi?

«Durante i live abbiamo a disposizione solo i primi 3 pezzi.

In quei momenti la concentrazione è essenziale perché ci sono notevoli “ostacoli”: la security e i colleghi che cercano di accaparrarsi la posizione migliore.

In genere cerco di arrivare preparato, avendo studiato in anticipo il genere di performance al quale andrò incontro, arrivo con un’idea ben precisa di quello che voglio realizzare.

Come fotografo ufficiale di eventi molto spesso ho pochissimo tempo dall’inizio del concerto per fare editing e post produzione poiché devo consegnare il materiale a promoter e agenzie per la comunicazione social».

Cos’è cambiato con l’avvento del digitale dal punto di vista fotografico, in termini di mezzi e opportunità?

«Quando ho iniziato io non c’era il digitale e avevo a disposizione solo 2 rullini da 800 ISO con 36 pose con cui dovevo portare a casa il lavoro.

Adesso è tutto molto più facile.

Le macchine aiutano tecnicamente ma allo stesso tempo questo fa sì che non ci si specializzi: tanti fotografi hanno l’inquadratura ma non la studiano.

Nemmeno io mi ritengo fotografo, ho studiato da autodidatta e per me la fotografia è un’urgenza creativa e non un lavoro».

Qual è il tuo scatto preferito e perché?

«In realtà non ce l’ho.

Se dovessi scegliere, direi quelle in cui mi riconosco come ad esempio la foto di Trivium o la silhouette di Dave Gahan, benché tecnicamente imperfette.

Gli scatti che preferisco sono quelli che riesco a fare quando mi sento libero e posso seguire il mio intuito».

E il peggiore?

«In realtà ce ne sono tanti.

Col tempo si migliora e foto che sembravano buone, viste con il senno di poi, non mi piacciono più».

Cosa ti ha spinto a dare vita alle tue mostre fotografiche?

«Da amante delle riviste, ho sempre tenuto alla parte materica della foto, ho continuato a stampare anche in era digitale.

Una volta stampate poi le ho utilizzate per le esposizioni, molte delle quali mi sono state richieste.

Creo opportunità e coltivo amicizie, sono un collezionista di collaborazioni».

Hai compartecipato alla stesura di alcuni libri. Che potere ha la parola rispetto al mezzo fotografico?

«Sia fotografia che parola hanno un proprio valore artistico ma una bella foto raccontata da un ottimo storytelling è decisamente più vendibile dei due prodotti separati, direi 2+2 =5».

Progetti futuri?

«Mi piacerebbe realizzare un libro fotografico e allestire più mostre in cui esporre tutti quegli scatti che ritengo belli ma confinati negli hard disk.

Se la fotografia è un’arte, deve essere anche condivisione».

Per seguire Henry Ruggeri

henryruggeri.com
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rocksandshots.it
twitter.com/henryruggeri

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Maria Vittoria Malatesta Pierleoni

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