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ACHILLE SBERNA, QUI PARIGI Così è, se vi Paris

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Laureato in Ingegneria Edile-Architettura, Achille Sberna lavora attualmente come designer industriale. Negli ultimi sei anni ha vissuto per studio, lavoro – e volontà – a Berlino, Melbourne, Barcellona e ora a Parigi, intervallando tali periodi con tappe a Città di Castello dove torna sempre con lo stesso piacere con il quale poi le dice: «Ciao e a presto!».

Achille, quindi tutto è partito dalla Germania…
«Sì, dalla mia esperienza da Erasmus a Berlino per lavorare alla mia tesi in architettura ho iniziato un’esplorazione che dall’Australia si è poi spostata di nuovo in Europa, prima a Barcelona poi a Parigi. Quello che mi ha mosso è sempre stata la curiosità di sperimentare contesti nuovi e stimolanti: mi reputo un privilegiato ad avere avuto tutte le condizioni idonee per poter godere di questo arricchimento personale senza prezzo. Pur riconoscendo l’evidenza del problema, non sono quindi mai scappato dall’Italia per frustrazione lavorativa, e non lo sono tanto meno adesso che vivo a Parigi».

Ecco, sei nella Ville Lumière per conto di un’azienda altotiberina.
«Proprio così. Lavoro come designer industriale, occupandomi della progettazione di oggetti ed espositori per punti vendita e della comunicazione grafica a essi applicata. La società di Città di Castello per la quale lavoro ha aperto da circa un anno una piccola filiale qui a Parigi per sviluppare il mercato francese. Trattandosi di un progetto che parte da zero gli stimoli non mancano considerando anche i clienti – come Coca-Cola, BIC e Nivea – con i quali ci stiamo confrontando».

Parigi è meravigliosa, ma c’è qualcosa che ti manca davvero?
«Ritengo che nel 2017 a Parigi ciascuno sia in grado con un po’ di tempo di crearsi una situazione che “faccia casa”, a livello di frequentazioni e abitudini. Mi è capitato recentemente di vedere un brillante TED talk della scrittrice Taiye Selasi intitolato “Non chiedere da dove vengo, chiedi dove sono una del posto” nel quale mi ritrovo molto. Quindi, quello di cui a volte posso avvertire la mancanza sono piuttosto aspetti meno palpabili come l’immediatezza nel potersi esprimere con l’esatta sfumatura linguistica. Ma alla fine della storia dirò che, cavalcando stereotipi sempre veri, la cosa che ci manca più è il bidet. E festa finita».

Giusto! E quindi, se domani il tuo lavoro si trasferisse in Italia, torneresti?
«Lavoravo in Italia con la stessa azienda, nella mia città e speravo di avere un’opportunità per rimuovermi fuori. Ora che l’ho avuta, vorrei continuare in questa direzione. Piuttosto, quello a cui tengo molto è mantenere vivi i contatti con il contesto dove sono cresciuto e contribuire attivamente al suo miglioramento cercando di portare il mio piccolo contributo ogni volta che torno. Cosa che del resto ho già potuto fare in questi anni di vita all’estero grazie all’associazione culturale “Il Fondino” di cui faccio parte, e a tutti gli amici di sempre con cui sono puntualmente in contatto».

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Pubblicato da

Redazione di the mag

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