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Alessio Boni – “Piero Ciampi è un Rachmaninov che va dritto al cuore”

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Alessio Boni ha inaugurato la Stagione di Prosa del Teatro degli Illuminati di Città di Castello, in esclusiva per l’Umbria, col suo nuovo spettacolo Amore Scalzo. Il popolare attore  insieme a Marcello Prayer, ha reso omaggio alla testimonianza poetica di Piero Ciampi, grande artista scomparso nel 1980 e considerato da molti il padre della canzone d’autore.

di Massimo Zangarelli

Alessio Boni per The Mag

Alessio Boni per The Mag

 

Com’è nata l’idea di questo omaggio a Piero Ciampi?

«Con Marcello Prayer ci siamo dedicati a personaggi che abbiamo valutato bistrattati nella loro vita e talora anche nell’espressione artistica, quali Pasolini, Pavese, Alda Merini; per questo reading abbiamo messo insieme una bella  dualità vocale. A mio parere Ciampi più che cantautore è stato un  poeta-cantore, in vita considerato più in Francia che in Italia».

L’opera poetica di Ciampi ha lasciato seguaci?

«Non mi sembra di vederne in giro. Ciampi cantava l’amore domestico, quello più vero, diretto, intimo, tra le quattro mura, con le dinamiche quotidiane del male di vivere e delle disarmonie amorose, mai retorico o melenso. Ciampi è modernissimo, lui che condivideva, dialogava, litigava pure con il pubblico, lo giudico un Rachmaninov che va diritto al cuore».

Lei ha lavorato con registi quali Ronconi, Strehler, Stein: chi di loro ha più influenzato la sua idea di teatro?

«Tutti, a partire dal mio maestro Orazio Costa, sono stati necessari al mio percorso, ma Strehler (diretto dal quale Boni interpretò L’Avaro, ndr) ti rivoluzionava il pensiero, considero una vera fortuna aver potuto lavorare tre mesi con lui… adesso mi sto trovando bene anche con Valerio Binasco del quale a novembre riprendo ‘Il visitatore’».

Il successo di “Incantesimo” ha condizionato le sue scelte artistiche successive?

«No perché non ho più fatto queste fiction nonostante le continue proposte. Io detesto l’intellettualoide che rinnega quel che ha fatto prima della notorietà. Non rinnego nemmeno i fotoromanzi che accettavo per mantenermi all’Accademia d’Arte drammatica. Diverso il caso di chi tutta la vita fa quel tipo di serie TV e non si muove da lì, ma non è il mio caso».

Con “Guerra e pace”, “Caravaggio”, “Puccini” ha fatto anche una tv diversa da quella delle soap: crede che la televisione abbia ancora oggi una funzione almeno divulgativa?

«Non più come una volta, però ce l’ha; tutti hanno la tv e  la guardano anche solo per curiosità. Quando ho girato “Cime tempestose” hanno dovuto ristampare copie di un romanzo che non si vendeva più. Certo, l’85% delle tv è scadente e allora si tende a generalizzare, noi non abbiamo un canale come ARTÈ in Francia, bisogna però scegliere, come in un mercatino d’antiquariato dove tra tanta fuffa  si scova pure roba buona».

Lei ha lavorato in film famosi all’estero come “La meglio gioventù” e “La bestia  nel cuore”: come mai è così difficile avere mercato oltre confine per un film italiano?

«La lingua certo non aiuta, un film in inglese o in spagnolo ha certo più chances, ma se un film è fatto bene, come “La grande bellezza”, comunque gira il mondo. Il fatto è che oggi si producono in Italia una cinquantina di film l’anno rispetto ai 350 degli anni ’70, quindi è più raro trovare bei film; i tempi sono quelli che sono, mancano i soldi e la voglia di rischiare, eppure ritengo che la qualità di molti giovani ci sia, ci vorrebbe la volontà d’investire in progetti di produzione e distribuzione».

Avendolo interpretato, come  definirebbe il personaggio Walter Chiari?

«Un numero uno totale, un talento unico, un caleidoscopio d’invenzioni, un  uomo che affascinava le donne più belle, il capro espiatorio di un sistema politico corrotto che non trovava i veri colpevoli».

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