Alla scoperta del collodio umido con il fotografo Alessio Vissani, un viaggio tra magia e meraviglia

Fotografia storica, Alessio Vissani ci racconta e ci mostra questa antica tecnica fotografica dove ogni foto diventa un’esperienza e un ricordo. Chimica, artigianalità e passione: la ricetta per foto indimenticabili.

di Andrea Luccioli

La fotografia è un’esperienza.

E l’esperienza fa i ricordi. C’è poi una fotografia in particolare che riesce a rendere ogni scatto preziosissimo, unico e speciale.
È la fotografia “storica”, quella fatta con apparecchiature e tecniche “antiche”. Niente a che vedere con quello che accade oggi con i nostri cellulari zeppi di migliaia di scatti che difficilmente rivedremo e presto dimenticheremo.

In Umbria c’è chi fa fotografia storica, parliamo del folignate Alessio Vissani, giovane fotografo che, con la passione dell’artigiano, ha recuperato una tecnica che ha oltre un secolo e mezzo di storia alle spalle: il collodio umido.

LE FOTO AL COLLODIO UMIDO

Avete presente le immagini dei film western dove il criminale di turno veniva segnalato con degli scatti in cui campeggiava enorme la scritta “WANTED”?

Bene, quelle foto venivano fatte con il collodio umido e come quelle migliaia di foto di famiglia dell’epoca.

Nessun parallelo tra crimine e mondo familiare, sia chiaro, ma giusto per farvi capire di cosa parliamo: una tecnica fotografica dove chimica, lastre di metallo, flash potentissimi e strane scatole di legno generano la meraviglia.

Siamo andati a trovare Alessio a Foligno, presso il suo “Waki studio” in via Piermarini, 50.

L’intervista ad Alessio Vissani

Che nome particolare per uno studio, cosa significa?
«C’è una storia dietro. E viene dall’America.

Io sono appassionato del mondo e della cultura dei nativi americani e ‘Waki Studio’ viene proprio da qui.

Nella lingua dei nativi ‘wakyan’ significa lampo. Io ho preso in presto questa parola e l’ho ridotta a ‘Waki’, suonava bene. Chissà, magari diventerà un brand!».

Da quanto tempo fai il fotografo?
«Mi sono avvicinato alla fotografia circa 20 anni fa, ma scatto in modo professionale da 11.

Diciamo che per il Fisco sono un fotografo professionista dal 2009.

Per festeggiare i dieci anni di attività, lo scorso anno, ho aperto il mio piccolo studio, il coronamento di un sogno.

Sono freelance da molto tempo, lavoravo a casa, ma avevo bisogno di uno spazio diverso che mi permettesse di proporre la fotografia antica, che è la mia grande passione».

Più avanti ne parleremo. Ma andiamo con ordine. Iniziamo da quello che fai di solito…
«Soprattutto fotogiornalismo per testate, magazine, siti online.

Faccio reportage per quotidiani locali e nazionali, a volte mi è capitato di farli anche fuori Italia.

Ho pubblicato su diverse riviste e lavoro spesso su commissione, anche se ultimamente gli inviati vengono chiamati di meno.

Ho fatto la mia gavetta insomma».

E ora parliamo di passioni, la prima è quella per i nativi americani…
«E guai a chiamarli indiani, mi raccomando!

A maggio saremmo dovuti uscire con un libro fotografico edito da PostCart, ma il Covid ha rallentato tutto.

Il materiale uscirà comunque a ottobre e si chiamerà ‘Unbreakable’, è il frutto di tre anni di reportage che ho fatto in South Dakota fotografando la quotidianità e i riti dei nativi, anche in riserva.

Alla pubblicazione ha collaborato anche un antropologo che ha scritto i testi. In pratica è una panoramica su come vorrebbero vivere i nativi americani».

Dopo questa esperienza, cos’altro vorresti fotografare?
«Purtroppo il Covid ha fermato i miei progetti, altrimenti avrei voluto iniziare un reportage sull’Amazzonia, ma ora è tutto bloccato.

L’altro sogno è il Nepal e più in generale le culture orientali di quell’area himalayana: mi piacciono le storie etniche e antropologiche, scoprire qualcosa che non è ancora stato contaminato dal mondo moderno».

E ora parliamo di foto storiche e del collodio!
«È una tecnica antica e molto particolare, il collodio umido è praticamente la nascita della fotografia e arriva appena dopo il dagherrotipo.

Nasce in Inghilterra ma il vero boom è in America.

Funziona così: su una lastra di metallo viene creata una pellicola foto sensibile con un’emulsione chimica, il collodio appunto.

Questa lastra, debitamente trattata, viene inserita nel grande corpo macchina in legno con un obiettivo fisso e grazie a dei flash potentissimi che illuminano il soggetto, l’immagine viene impressa sulla lastra.

Poi si continua il trattamento chimico, si va in camera oscura e infine si asciuga e si fissa il tutto per diversi minuti.

Occorre molto tempo per ogni singolo scatto».

Quanti siete in Italia a fare questo tipo di foto?
«Non siamo molti, una ventina in tutto.

Forse qualcuno in più. In Umbria ci sono io, poi Simone Frascarelli e Andrea Cittadini: insieme abbiamo creato il gruppo ‘Come una volta’.

La nostra intenzione era quella di scattare foto durante i festival quest’estate, ma la pandemia ha fermato tutto».

Scattiamo centinaia di foto ogni giorno per Instagram o Facebook e tu fai un passo indietro e scegli una tecnica in cui ogni foto diventa una sentenza, non credi di essere fuori dal tempo?
«Affatto! C’è un gran bisogno di riscoprire l’oggetto fotografia e questo puoi farlo solo con quelle tecniche in cui ti sporchi le mani.

Abbiamo migliaia di fotografie nei cellulari, ma l’oggetto fotografia così è solo bistrattato.

Quelli che vengono da me non ritornano con una lastra di ferro con una foto sopra, ma tornano a casa con un’esperienza.

Quella foto è una storia da raccontare, questo è il valore aggiunto che nessun cellulare potrà mai dare.

L’esperienza fa il ricordo e questo conta».

C’è una foto che avresti voluto scattare?
«Sì, uno scatto emozionale e bellissimo. Una foto che ha vinto il World Presss Photo ed è opera di Fausto Podavini.

Si tratta di una foto scattata durante un reportage sull’Alzheimer.

Quell’immagine ha una potenza e un’intimità clamorosa, io vorrei arrivare a quel livello».

Altre fonti di ispirazione?
«Sicuramente le grandi immagini in bianco e nero di Sebastião Salgado e Robert Capa.

Fotografi che con uno scatto saranno ricordati per sempre.

A me piacciono i reportage duri ma intimi.

Quelle immagini, penso al soldato ferito di Capa, puoi farle solo se sei veramente bravo».

POLAROID

REPORTAGE

Alessio Vissani BIO

Nasco a Foligno in provincia di Perugia nel 1981.

Dopo un percorso di studi classici e dopo la laurea in Scienze della Comunicazione nel 2007, mi trasferisco a Roma per specializzarmi sulla mia grande passione, la fotografia, frequentando il corso di studi presso il Centro Sperimentale di Fotografia Ansel Adams.

Negli anni da fotografo tuttavia non dimentico mai la scrittura giornalistica, mia altra passione e riesco a divenire giornalista pubblicista nel 2016. Collaboro come fotoreporter e giornalista per il quotidiano nazionale Avvenire e RGUnotizie.it per quanto riguarda il locale, fotografo e giornalista per il sito nazionale di cultura pop LegaNerd.com, oltre ad altre collaborazioni da free-lance con testate locali/nazionali e agenzie fotografiche sportive.

La mia predisposizione è il reportage: viaggiare, zaino in spalla e macchina fotografica.

Amo camminare in montagna e avventurarmi per sentieri sconosciuti alla ricerca di situazioni da fotografare. Storie di spessore sia etico, antropologico ma anche di tradizioni locali.

Ho realizzato diversi reportage in Italia e all’estero tra i quali un progetto durato più di tre anni sui Nativi Americani. A marzo 2016 vengo selezionato con il progetto IRIS (reportage sulla quotidianetà di un non vedente) al Perugia Social Photo Fest, festival Europeo di fotografia sociale e fotografia terapeutica.

Direttore responsabile della rivista CHIAROSCURO di Foligno e fotografo socio-onorario della Wambli Gleska, ONG che si batte per i diritti dei Nativi Americani.

Nel 2019 apro lo studio WAKI con il quale mi focalizzo e studio le antiche tecniche di stampa a collodio-umido insieme ad un ampio settore dedicato alla Polaroid

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