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Archeologia arborea diventa Fondazione

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2 min.

La biodiversità è la varietà delle specie esistenti sulla terra. Se ne parla spesso in termini di conservazione, ma cosa si può fare per evitare che tante specie scompaiano? Nel podere San Lorenzo a Lerchi esiste un raro esempio di recupero di circa 400 varietà di frutti, dei quali altrimenti si sarebbe persa traccia e memoria. Le piante sono uniche per il loro valore genetico e storico e sono state ritrovate da Livio Dalla Ragione e da sua figlia Isabella. Il museo a cielo aperto chiamato “Archeologia Arborea” diventerà a giugno una Fondazione.

Di Marta Cerù

“Purtroppo ha sempre piovuto e l’erba è cresciuta senza darci il tempo di tagliarla”, premette Isabella mentre ci guida a conoscere gli alberi da frutto. “Le piante portano il nome della varietà e quello di chi l’ha adottata. Le adozioni permettono di sostenere le spese di questa piccola azienda agricola. I frutti non sono in vendita. Li raccoglie chi ha adottato la pianta e ciò che rimane viene trasformato in confetture o lasciato per i daini, i caprioli e gli scoiattoli. Le api invece sono a servizio dell’impollinazione degli alberi da frutto”.

Da dove viene il nome “Archeologia Arborea”?
«L’ha ideato mio padre ispirandosi al significato del lavoro dell’archeologo che da un piccolo reperto è capace di ricostruire un mondo. È un po’ quello che abbiamo fatto noi. Da un frutto abbiamo ricostruito dei mondi attraverso le fonti più svariate: dall’archivio ai quadri, alle segnalazioni.»

La chiamano mai per parlarle di qualche varietà particolare?
«Sì, le segnalazioni arrivano, ma vanno verificate e non sono sempre credibili. Occorre riconoscere la varietà, il nome, la storia, gli eventuali spostamenti.»

Cioè le piante si spostano?
«Ci troviamo a un crocevia di regioni: la Toscana, le Marche, l’Emilia Romagna e come le persone anche le piante hanno viaggiato negli anni lungo le vie del commercio, dei matrimoni, dei pellegrinaggi. Per esempio la mela rossa in pietra è coltivata nelle zone di Gualdo ma è una varietà marchigiana che da quelle parti è chiamata mela sassa. La mela panaia di Caprese Michelangelo si trova anche a Pietralunga dove la chiamano mela casciola per la forma simile al cacio. A Norcia il nome mela panaia deriva dalla forma simile ai cesti del pane.»

Qual è stata l’ultima scoperta?
«La pera marzola è una varietà molto tardiva e non per via del clima. I frutti si raccolgono a marzo e si mangiano a maggio, sono piccoli, duri e buoni solo cotti. Riscoprire un frutto vuol dire anche recuperare la cultura gastronomica ad esso legata.»

Come è arrivata ad occuparsi di piante in via di estinzione?
«È stata una scelta inevitabile. Quando mio padre comprò il podere io ero piccola e così ho trascorso qui la mia infanzia. Fin da piccola il mio sogno era fare il guardaboschi, non la parrucchiera o la ballerina come le mie coetanee. Poi, dato che a Perugia non c’era la facoltà Forestale, ho scelto di studiare Agraria. Ma la confidenza che ho con le piante non viene dall’Università, deriva dal mio passato, dall’aver sempre giocato qui.»

Una passione familiare quindi…
«Di fatto la formazione universitaria negli anni Settanta e Ottanta era finalizzata a un’agricoltura industrializzata, l’agronomia si concentrava solo sulle colture intensive. L’idea di preservare il paesaggio rurale e recuperare le vecchie tradizioni contadine era guardata con sufficienza, come espressione di romanticismo più che di scientificità.»

Quando è avvenuta l’inversione di tendenza?
«L’anno di svolta è stato il 1992, con la Convenzione di Rio de Janeiro. Allora si è per la prima volta parlato di crisi della biodiversità. Oggi se ne parla in tutti i settori ma non molti sanno cosa vuol dire veramente occuparsi di recuperare ciò che si sta perdendo in agricoltura. È un lavoro anche banale, manuale, persino sporco e pieno di fallimenti. C’è chi pensa che basti innestare le piante. Ma non è così e sicuramente non lo era trent’anni fa, quando purtroppo capitava di non arrivare in tempo e di veder scomparire qualche varietà di frutta sotto i propri occhi…»

Cosa si propone con la “Fondazione Archeologia Arborea”?
«È un traguardo importante che spero mi permetterà di trovare dei partner per sostenere economicamente il podere e il lavoro che svolgo. La vecchia Pieve potrebbe diventare, con una ristrutturazione, un luogo di accoglienza per i visitatori. La struttura più antica fu distrutta nel 1713 a causa di un terremoto e oggi la Chiesa settecentesca è ben preservata, pur avendo una lesione da consolidare. Non è facile trovare sponsor, ma è uno degli obiettivi della Fondazione…»

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Pubblicato da

Redazione di the mag

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