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Carlotta Cardana, uno sguardo curioso sulle sottoculture conteporanee

Ben and Hayley, Modern Couples - photo by Carlotta Cardana
4 min.

Le fotografie di Carlotta Cardana sono uno sguardo curioso sulle sottoculture conteporanee

Carlotta Cardana è stata una delle maggiori protagoniste dell’ultima edizione del Cortona on the Move, classe 1981 di Verbania e residente Londra, dove divide il suo tempo tra lavori commissionati, viaggi e progetti personali.

Carlotta Cardana è una fotografa freelance che ha risposto per The Mag ad alcune domande sui temi che indaga la sua ricerca fotografica: dalla costruzione dell’identità al senso di appartenenza e sub-culture.

di Maria Vittoria Malatesta Pierleoni

Come ti sei avvicinata alla fotografia? E quando hai deciso di farne una professione?

«Ho iniziato a fotografare quando ero una ragazzina, ho chiesto la mia prima macchina fotografica per il mio tredicesimo compleanno.

Mio padre e mio zio erano appassionati di fotografia.

Quindi in un certo senso è sempre stata in casa.

I miei primi scatti erano destinati a documentare i momenti della vita, quelli passati insieme con amici e parenti o le vacanze.

Non l’ho considerata una professione fino a quando mi ero quasi laureata al DAMS di Torino in Teatro e Arti della Scena e ho seguito un corso di fotografia organizzato dai vari foto club.

Dopo la laurea ho infatti deciso di dedicarmi alla fotografia in maniera professionale per cui mi sono iscritta all’Istituto Italiano di Fotografia e da lì ho cominciato a lavorare».

Come decidi quale storia raccontare e come ti avvicini a ciò che andrai a fotografare?

«C’è molta poca pianificazione all’inizio.

Faccio un minimo di ricerca ma il più delle volte mi sono ritrovata davanti delle situazioni, storie o personaggi che trovavo interessanti e avevo possibilità di sviluppare attraverso rapporti personali.

Ad esempio, il lavoro sui nativi (ndr The Red Road Project) è nato da un’amicizia ventennale con Danielle, quello sui Mod (ndr Modern Couples) perché mi ero appena trasferita a Londra ed avevano attirato la mia attenzione… e così via.

Generalmente penso un po’ alle storie che ci sono nel posto in cui mi trovo al momento, a come poterle raccontare fotograficamente, a seconda anche dei temi che possono interessare alle riviste con cui lavoro e alle quali poterli poi proporre.

Ad esempio, quando sono andata in Giappone ho realizzato dei commissionati ma una volta lì ho avviato dei progetti personali».

Per me la fotografia rappresenta un mezzo per poter conoscere nuove persone e situazioni.

Hai spesso raccontato temi legati alle comunità e alle sub-culture. Cosa ti affascina di questo?

«Trovo molto più interessanti le cose che non sono mainstream e la persone che non si identificano, per un motivo o per un altro, alle correnti predominanti ma che sono più portate a questionare la società contemporanea.

Mi attira tutto ciò che può essere definito inusuale e fuori dal comune».

È difficile entrare in questa sorta di mondi per poi svilupparne un progetto?

«Dipende fondamentalmente da cultura a cultura e dall’approccio che si usa.

Nel caso dei Mod, ad esempio, non era particolarmente difficile, tanto riconoscerli che avvicinarli.

Sono figure che curano molto l’aspetto fisico e non hanno problemi a farsi fotografare.

Tanto più si trattava di un progetto di foto a coppie ed è molto difficile in questi casi ricevere un no.

Nel caso dei nativi americani invece è più complicato.

Si tratta di una comunità che storicamente ha avuto un rapporto un po’ combattuto con i media e con tutti coloro che non ne fanno parte.

Il fatto che io lavori con una nativa rende il processo più facile ma quando lei (ndr Danielle SeeWalker) non c’è, vedo la differenza.

Comunque credo che stia tutto nell’approccio che uno ha.

L’importante è essere onesti, genuini e avere delle buone motivazioni ed empatia».

Ti definisci portrait and documentary photographer. Come sei arrivata a scegliere il ritratto come mezzo stilistico preferenziale?

«Per me la fotografia rappresenta un mezzo per poter conoscere nuove persone e situazioni.

Il ritratto mi permette di creare una connessione con chi mi è sconosciuto e mi è sempre piaciuto questo mezzo per questo, perché ha il potere di creare una situazione molto intima».

Credo che le mie fotografie non possano essere considerate documenti nel senso classico del termine ma penso possano contribuire alla creazione di un patrimonio di memoria storica

Ritieni che i tuoi lavori possano, in futuro, contribuire alla creazione di un patrimonio di memoria storica?

«Forse sì, soprattutto nel caso del lavoro sui nativi americani, dove emerge l’aspetto di riportare com’è la situazione al giorno d’oggi, senza pretese fotogiornalistiche.

Credo che le mie fotografie non possano essere considerate documenti nel senso classico del termine ma penso possano contribuire alla creazione di un patrimonio di memoria storica, tenendo comunque ben presente che il tutto è filtrato dalla mia esperienza.

Nel caso dei nativi poi, mi sembrava necessario controbilanciare la narrativa predominante su questo tema, raccontare un altro tipo di storia».

Quanto tempo occupano i tuoi editing? Te ne occupi in prima persona?

«Nel caso dei lavori commissionati è un processo molto facile e veloce e lo faccio per conto mio.

Quando si tratta dei progetti personali invece è un lavoro eterno, lento e in continua trasformazione.

Quando ritiro i provini a contatto dal laboratorio non faccio mai l’editing immediatamente dopo.

Li metto da parte e faccio passare del tempo.

Quando sono nel mio studio di Londra, appendo delle stampe sulle pareti e invito delle persone a cui li faccio vedere per poi parlarne.

Tutto si svolge in maniera molto informale e mi circondo tanto di amici che di esperti di fotografia ma anche gente che non ne ha molto a che fare ma di cui rispetto l’opinione.

Mi è anche capitato in passato di contattare fotografi professionisti che conoscevo per fargli vedere le mie foto ed avere una loro opinione più tecnica».

Cosa vuol dire essere una fotografa italiana a Londra?

«Sono finita a Londra un po’ per caso.

Vivevo in America Latina, ho vissuto a Buenos Aires e Città del Messico.

Quando nel 2010 ho deciso di tornare in Europa, l’Italia era nel pieno della crisi economica, così come la Spagna.

Escludendo le lingue che non parlo, ho scelto Londra pensando che mi ci sarei potuta installare più facilmente.

Inoltre questa città mi è sempre piaciuta, amo la sua ampia offerta culturale e l’industria fotografica è fiorente.

Per me, che sono una fotografa editoriale, ci sono molte riviste con cui posso collaborare e tanti clienti commerciali con cui posso lavorare».

Torneresti in Italia?

«Non è una cosa a cui sto pensando.

Mi piace tornare per le vacanze e per vedere la mia famiglia ma a livello lavorativo non mi sento particolarmente incentivata».

A cosa stai lavorando ora e quali sono i tuoi progetti futuri?

«La mia priorità è finire The Red Road Project che è anche il motivo per cui faccio tanti viaggi in America ma contemporaneamente sto lavorando anche su dei progetti che ho avviato quando ero in Giappone e dove tornerò ad aprile».


per seguire Carlotta Cardana:

carlottacardana.com oppure instagram/carlottacardana


 

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Pubblicato da

Maria Vittoria Malatesta Pierleoni

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