Daniele Mattioli, La Cina sarà pure vicina, ma ne sappiamo (ancora) così poco

Il fotografo internazionale Daniele Mattioli si racconta e ci racconta il grande Paese orientale e il suo lavoro  tra reportage e lavori per le grandi multinazionali

Testo Andrea Luccioli foto Daniele Mattioli
ritratto di Andrea Luccioli direttore di The Mag
Andrea Luccioli

Da quel viaggio verso Piazza Tienanmen nel 1990 fino ai 15 anni trascorsi a Shanghai, la Cina di ieri e di oggi negli occhi del fotografo internazionale Daniele Mattioli:

“La fotografia è un gesto culturale, basta con questo love yourselfie”

Trent’anni fa, un giovane folignate che cominciava a muovere i suoi primi passi nel mondo della fotografia, prese la Transiberiana e viaggiò verso Pechino per andare a vedere come girava il mondo da quelle parti dopo i fatti di piazza Tienanmen.

Fotografia Editoriale

Non avrebbe immaginato che lì a poco la sua vita lo avrebbe portato a vivere e lavorare prima a Vienna, poi in Australia e quindi, negli ultimi 15 anni, proprio in Cina a Shanghai.

Daniele ora è un affermato fotografo internazionale specializzato nel “corporate”, la fotografia aziendale.

Ma ha realizzato anche tantissimi reportage un po’ da tutto il mondo.

La lista delle sue collaborazioni è lunghissima, vi citiamo solo qualche nome: New York Times, National Geographic, Vanity Fair, Le Monde, Panorama, GQ, Repubblica, Corriere della Sera e tantissimi altri

Per saperne di più: www.danielemattioli.com

Mentre parlando di aziende, anche qui abbiamo a che fare un elenco infinito che va da Microsoft a Exxon Mobil, Intel, Allianz, Siemens, Basf, Nestlè, Volvo e tanti altri.

Fotografia Corporate

Decine di lavori in tutto il mondo e uno sguardo privilegiato sul palcoscenico cinese, dove è arrivato per la prima volta per lavoro – dopo il viaggio in Transiberiana – nel 2000 per fotografare l’allora molto interessante scena jazz di Shanghai.

Sono in pochi a poter vantare un curriculum come il suo e sono in pochi, almeno dalle nostre parti, a conoscere bene il mondo cinese, il Paese di cui tanto abbiamo parlato in questi mesi di emergenza Covid-19 e di cui ancora non sappiamo molto se non qualche luogo comune e poco altro.

La Cina, infatti, sarà pure vicina, ma culturalmente è molto lontana da noi.

E per questo con Daniele  abbiamo voluto chiacchierare un po’ su questo mondo e sulla sua fotografia.

L’intervista

“Quello che in Occidente sappiamo delle Cina è quello che i media decidono di raccontare.

Nei primi anni Duemila si è raccontata la Cina del boom economico e in Europa si è diffusa una certa speranza che questa apertura economica avesse portato con sé anche la democrazia.

Niente di più sbagliato: in Cina si è creata una terza via, un mix di dittatura e presunta democrazia con un capitalismo di stato molto particolare”.

E poi?

“Dal 2007 in poi i media hanno narrato la Cina dell’inquinamento, anche in maniera un po’ ingenua, come se nessuno lo avesse previsto prima.

Ora, invece, si racconta la Cina tecnologica, quella del soft power, non più manifatturiera, anche se ancora lo è.

Molti pensano che in Cina la manifattura sia ancora a basso costo, beh non è più così: gli stipendi sono aumentati parecchio e nelle grandi città si avvicinano ai nostri”.

Perché allora è ancora conveniente produrre in Cina?

“Perché hanno un’organizzazione che lo permette, parlo di logistica, tecnici, know how, ingegneria.

Ci sono vie di comunicazioni molto funzionali, imprese di trasporto efficienti e molte persone, soprattutto ingegneri, preparati”.

Oggi che Paese è la Cina?

“La Cina di Hu Jintao nei primi Duemila puntò molto sull’economia, c’erano liberalizzazioni ma anche molta corruzione.

Poi è arivato Xi Jinping ed è diventata un paese molto più ‘politico’ e con molte restrizioni alla libertà: c’è un grande controllo statale anche sulle persone e un disegno egemonico che guarda al mondo intero”.

Il vero soft power cinese…

“Quelle che vengono percepite come aperture, penso agli accordi per la Via della seta, sono classici esempi del nuovo soft power cinese che mira all’espansione mondiale.

La Cina non ha mai avuto interesse a fare guerre, ma ora ha bisogno di risorse, di materie prime, per questo si fanno accordi con i governi, magari adattandosi al modello politico che trovano”.

Con cosa abbiamo a che fare insomma?

“Con un Paese che è una grande opportunità e un grande rischio: perché hanno un potere economico enorme, comprano tutto, fanno dumping per favorire le loro aziende.

Allo stesso tempo, però, è vero pure che sono un grande mercato e non è un caso se la Ferrari vende più lì che altrove e se molte aziende italiane si sono salvate andando in Cina”.

Un Paese in forte espansione sotto una specie di regime dittatoriale…?

“Calma.

La Cina prima di essere sotto un governo dittatoriale è soprattutto un paese profondamente confuciano e il confucianesimo è un’organizzazione sociale e comportamentale particolare.

La Cina è come se fosse il padre che tu odi, ma non ucciderai mai.

Lo Stato ti nega la libertà ma ti fa crescere e ti protegge, per questo tu doni la tua libertà individuale alla collettività.

Si vive per la collettività, nonostante quello cinese sia un popolo molto concentrato sull’individualità.

La Cina è una contraddizione continua: devi rispettare lo Stato anche se vorresti ucciderlo e questo perché lo Stato ti fa in tempi brevissimi i treni super veloci, le autostrade funzionanti e dei servizi sempre migliori.

In Cina negli ultimi anni è stata creata una nuova classe media di 650 milioni di individui che chiede e ottiene servizi.

Poi ci sono i lati oscuri. Tantissimi giovani, figlia della globalizzazione, vorrebbero più libertà.

Ma se parli con un cinese per strada ti dirà che non è un suo pensiero e che il governo deve pensare prima di tutto a soddisfare i poveri”.

Perché la Cina fa paura?

“Perché sono cresciuti e stanno crescendo in maniera fortissima.

La Cina spesso ha infranto molti brevetti e si è appropriata delle nostre tecnologie.

Ho visitato 3-400 aziende, molte multinazionali e hanno tutte un management cinese perché sono bravi e capaci.

Sul 5G la Cina sta avanti a tutti e il 5G trasformerà la nostra vita come l’invenzione della macchina, per questo fa paura.

La Cina sta sviluppando l’intelligenza artificiale meglio di chiunque altro e hanno in mano la rete dati veloce.

Ecco perché in Cina già da tempo non si paga più in moneta, ma col telefono.

Certo, è anche vero che se su We Chat scrivo ‘Tibet’ e ti mando un messaggio, a te non arriva.

Questa è l’altra faccia della medaglia”.

Fa molto Black Mirror…

Esiste un controllo delle persone, ma ancora non esiste un sistema di punteggio come in quell’episodio della serie TV che tanto clamore ha suscitato, anche se è molto probabilmente che qualcosa di simile sia in fase di sperimentazione”.

Parliamo di fotografia. Cosa combini ora?

“Da molti anni mi sono specializzato nel corporate, fotografia per le aziende che hanno bisogno di comunicazione interna, mentre fino a qualche anno fa lavoravo soprattutto per le riviste con dei reportage e facevo ritratti”.

Quando sono cambiante le cose in maniera così netta?

“Nel 2010 con l’Expo a Shanghai sono stato fotografo ufficiale del Padiglione Italia e ho sviluppato molti contatti che mi hanno permesso di lavorare tantissimo.

Quest’anno, prima del Covid, ho lavorato per Basf, Avery quelli delle etichette adesive, un colosso con 75mila dipendenti nel mondo e PVH holding, quelli che hanno Calvin Klein, Tommy Hilfiger.

Sono anche fotografo per la Getty Images divisione corporate.

In Cina e nel Nord Europa c’è molto lavoro in questo settore e appena sarà possibile credo proprio che ripartirò.

Nel frattempo giro l’Umbria in mountain bike”.

E il mondo della fotografia di oggi? Ti piace?

“Sta tornando una certa attenzione alla fotografia ‘normale’, con meno Photoshop e questo è un bene”.

Instagram ha ammazzato la fotografia?

“No, ha iniziato Flickr, quella è stata la prima sparatoria.

Adesso puoi fare foto ovunque, ma con i social è morto il mistero, il racconto dell’unicità.

IG è una grande collezione di cose già viste.

C’è poi da dire che la resa delle macchine fotografiche è diventata altissima, ma la foto non è solo tecnica.

La fotografia non è stata mai fare tramonti belli, quella è tecnica.

La fotografia è un gesto culturale, può non venire bene, ma avere una forza e una narrazione enorme.

Non è morta la fotografia, ma il narrare con la fotografia.

Oggi è tutto un love yourselfie.

Facciamo foto solo con noi e per noi stessi, prima le facevamo per dare importanza a quello che vedevamo, ora è solo una visione egoistica”.

Come hai vissuto l’emergenza Covid?

“Fortunatamente sono tornato in Italia prima che iniziasse il blocco.

Sono partito da Shanghai prima che chiudessero tutto.

Poi abbiamo vissuto un mese difficile qui in Italia e con mia moglie cinese avevamo timore a uscire.

La gente mi incontrava e mi urlava: oh! Sei tornato dalla Cina!

E in molti mi guardavano con sospetto.

C’è stata poi una comunicazione sbagliata all’inizio, se indossavi la mascherina eri praticamente un appestato.

Comunque mi è andata bene, a Shanghai sarebbe stato più difficile, anche se hanno affrontato tutto in maniera diversa: a noi, ad esempio, manca la cultura della mascherina.

In Asia se hai un raffreddore esci con la mascherina”.

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