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Daniele Silvestri – «SONO DIVENTATO UN ACROBATA»

Daniele Silvestri - portrait
3 min.

Daniele Silvestri non è solo uno dei migliori cantautori italiani. Lui è un funambolo che, giocando con le parole e con la sua musica, dopo oltre vent’anni di carriera si è ritrovato ad essere un meraviglioso equilibrista in un mondo di aspiranti acrobati.


In Umbria, a Foligno, Daniele Silvestri ha dapprima festeggiato per le vie della città l’uscita del suo nuovo album, «Acrobati» appunto e poi lo ha suonato in lungo e in largo (quasi tre ore di concerto!), con l’aggiunta dei suoi pezzi più conosciuti, all’Auditorium San Domenico. Data zero sold out e grandi emozioni.
Lui fa dischi da 22 anni, si porta dietro un bagaglio di esperienze che nasconde tra i capelli che cominciano ad imbiancare e le occhiaie di chi ama la notte. Eppure, anche se confessa di aver fatto bagordi fino a tardi, Silvestri è di una lucidità disarmante quando, in sala stampa, racconta del nuovo lavoro e di se stesso.  «Mi scuso per gli schiamazzi di ieri sera, ma avevamo un po’ da festeggiare, abbiamo salutato l’uscita del disco in giro per la città – dice per rompere il ghiaccio – È che qui si mangia bene e si beve bene, anche troppo!».

di Andrea Luccioli

Partiamo dagli equilibri di “Acrobati”.

«Ah! Servirebbe una conferenza stampa di due ore per spiegare tutti e diciotto i pezzi del disco. Ho dichiarato, anche esagerando e sbagliando, che ‘Acrobati’ è la cosa più bella che ho fatto finora. Tolti i figli, chiaramente. È quello che penso e sento. Spero che si capisca ascoltando il disco».

Disco che arriva dopo cinque anni di silenzio discografico. Quando lo hai registrato?

«Ci siamo ritirati in Puglia nei mesi scorsi. Pochi giorni in verità, ma registrazioni di rara intensità. Ho semplicemente raccolto gli spunti che avevo messo da parte nel tempo. Anche durante il tour con Max e Niccolò (Gazzè e Fabi, ndr) non ho mai smesso di prendere appunti sul telefono. Ho messo via dei semi da piantare. E in studio, poi, non abbiamo fatto altro che far nascere queste piante con un sentimento di squadra quasi adolescenziale. A dirla tutta avevo raccolto una quantità smodata di canzoni che poi, in parte, è rimasta fuori dal disco».

Daniele Silvestri

Daniele Silvestri – ph:Daniele Barraco

Come hai scelto le tracce dell’album?

«C’era una scadenza temporale, ho dovuto mettere un punto e selezionare. Il disco è composto da 74 minuti di musica, ho usato tutto lo spazio che c’era come sistema per fermarmi. Raramente mi è capitato un periodo così creativo, solo forse all’inizio della mia carriera. Una vera e propria eruzione creativa, non me l’aspettavo. Ho un’età per cui immaginavo fosse arrivato il momento di utilizzare il mestiere. E invece…».

Tu eri “l’uomo col megafono”, gridavi contro la società. In “Acrobati”, invece, troviamo un Daniele Silvestri molto diverso rispetto al passato.

«In effetti l’unico pezzo di questo disco che si lascia permeare dall’attualità è il singolo ‘Quali alibi’: un brano in cui non parlo solo di questo momento, ma di una tendenza che vedo in Italia e nel Vecchio Continente: parlo dell’abitudine che abbiamo da un punto di vista politico e istituzionale a sentirci spaventati in ragione di urgenze che riguardano la nostra società, il pianeta, l’ambiente e che ci vengono dette sfruttando le nostre paure. Sono tempi in cui si parla più alla nostra pancia che al nostro cervello. Sono i tempi della politica delle emergenze. L’alibi dell’emergenza che fa passare per buono tutto. Si sfruttano gli alibi per non avere scrupoli».

Ecco comparire la politica…

«Posso solo dire che mi manca un Bernie Sanders italiano…».

Per la prima volta Daniele Silvestri ha scelto un tour teatrale, perché?

«È il momento giusto. Mi sento, come avviene anche nel disco, libero e contemporaneamente sicuro di me e dei miei mezzi Non ho bisogno di dimostrare qualcosa o rispettare delle aspettative. Poi le possibilità che ti dà il teatro sono bellissime: puoi raccontare una favola e azzerare le distanze con il pubblico».

Daniele Silvestri - portrait

Daniele Silvestri – ph: Daniele Barraco

Perché “Acrobati”?

«È la canzone cuore del disco. Racconta una visione: l’acrobazia è un modo di leggere il disco. Impone uno sforzo funambolico a chi ascolta. Un invito alla libertà e al rischio continuo. È la cosa che ho chiesto anche ai miei musicisti. E poi acrobati è una parola che ci descrive tutti. La società occidentale vive in un continuo equilibrismo, spesso indotto. Equilibrismo individuale, sociale, politico. Trovare una posizione di noi stessi che non ci faccia cadere da una parte all’altra. Il nostro mondo è pieno di presente ma non si vede quasi mai una prospettiva, non c’è molta memoria e questo ci fa essere acrobati. Invece l’uomo, per sentirsi sicuro, ha bisogno del prima e del dopo, non può accontentarsi dell’adesso. E da qui viene il titolo e la copertina del disco. Stare così in equilibrio da affascinare chi guarda».

Ultima domanda, come mai hai scelto Foligno come data zero?

«Perché è lu centru de lu munnu no? Perché qui c’è equilibrio e armonia, un po’ come nel disco».

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