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Danilo Rea – «QUEL GIORNO IN AUTO CON CHET BAKER»

Danilo Rea al teatro degli illuminati di Città di Castello intervistato da Cristina Crisci
2 min.

Danilo Rea: melodia e improvvisazione, un grande amore per la musica e per le sue derivazioni, meglio quelle  che stanno fuori dagli spartiti.

di Cristina Crisci

A Città di Castello per un concerto del Festival delle Nazioni Primavera ho incontrato Danilo Rea, da 40 anni uno dei maggiori pianisti jazz in circolazione.

Ho ascoltato per un po’ le prove nel Teatro degli Illuminati vuoto e ho pensato che starei a guardare per ore le mani dei pianisti mentre suonano.

Una vita passata tra le note del pianoforte nei teatri e festival in giro nel mondo, ma che ricordi ha dei suoi esordi?

«Una grande paura.

Ho iniziato nelle scuole, sono partito da lì, poi i primi concerti, il trio di Roma (con Roberto Gatto e Enzo Pietropaoli).

In uno dei nostri primi concerti eravamo talmente impauriti che una sera Gatto mi disse di cantargli il brano perchè lo aveva completamente dimenticato… tanta era l’emozione.

Invece poi andò benissimo e fu l’inizio di una storia lunga».

Da bambino lei sognava di fare il pianista?

«So solo che mi divertivo a improvvisare: a 7 anni prendevo lezione di pianoforte, poi tornavo a casa e improvvisavo.

Suonare è stato del tutto naturale, ma non ho mai pensato alla musica come a una professione.

Poi sono arrivati i concerti, in molti mi hanno chiamato e così è andata, un po’ come passare dal gioco al piacere di suonare per il pubblico».

Ha avuto la possibilità di collaborare con i grandi del jazz, persino con Chet Baker…

«Eravamo giovani, prima gli ho fatto da autista, poi ho suonato con lui… sono esperienze forti perché quando lavori con questi mostri sacri loro partono già dal presupposto  che tu sia competente e conosca il jazz.

Così lui iniziava e non ti diceva neanche cosa aveva intenzione di suonare: mi è  capitato di alzare le mani e dire: ‘ basta questa non la conosco’».

Collaborazioni anche nella musica italiana, da Gino Paoli a Mina, poi  Rino Gaetano…

«Io ho iniziato con Riccardo Cocciante e Rino Gaetano nel progetto New Perigeo, un gruppo progressive. 

Ero appena uscito dal conservatorio, avevo 21 anni, con me sono stati ambedue molto carini: anche da lì è partita una serie di concerti con grandi cantanti … fino al duo con Gino Paoli che è l’espressione più importante, per me, del duo cantautore e pianoforte».

Quello che conta, per me è l’improvvisazione

Lei ha accennato prima alla sua partecipazione trasversale in zona progressive: quali sono i suoi gusti musicali, che musica ascolta?

«Ascolto molta musica, ma solo fino a un certo periodo storico.

Sono un cultore di Andrè, Paoli e Battisti, ho avuto modo di collaborare in diversi progetti con Mina insieme al trio, ma  ho anche inciso dischi su Beatles e Rolling Stone, poi posso pure finire ad ascoltare l’opera.

Quello che conta, per me è l’improvvisazione».

Qual è la miglior canzone d’autore in versione jazz?

«’Senza fine’, un brano che hanno suonato anche i grandi jazzisti americani perché ha una struttura armonica tipica del jazz».

Se lei dovesse spiegare il jazz a un bambino cosa direbbe?

«Parlerei della libertà completa dell’interpretazione: la classica è perfezione, il jazz una melodia che ci guida e ci si improvvisa sopra».

Qual è il suo rapporto con l’ Umbria?

«Sono ambasciatore nel mondo di Umbria Jazz, terra in cui sono cresciuto alla quale sono molto legato e le devo tanto perché se siamo stati portati in giro per il mondo, è anche grazie al lavoro fatto  da Umbria Jazz».

Impegni musicali?

«Mi sto concentrando su un nuovo progetto per piano solo con composizioni originali, per tirar fuori me stesso».

Che consiglio darebbe a chi vuol fare pianista?

«Divertirsi, emozionarsi, studiare, studiare e trovare motivi per  emozionare, poi ancora divertirsi e raccontare qualcosa.

Non esiste virtuosismo fine a se stesso, bisogna arrivare vicino a chi ci ascolta».

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