De vinis naturalis e altre quisquilie, parola all’oste!

Mi chiamo Damiano, faccio l’oste e bevo vino naturale. Volevo dire “vendo”.
E in realtà non volevo dire “vino naturale”, concetto questo di per sé nobilissimo, ma irrimediabilmente confinato nel ginepraio dei detrattori semantici (nella top five la sempreverde “la vite da sola non fa il vino”), degli oltranzisti convenzionali (guai se è bio) e dall’altra parte del ring, dei talebani new wave (se non puzza non ci piace).

testo di Damiano Lunghi
Damiano Lunghi
Damiano Lunghi

La mancanza di una qualsivoglia normativa volta a disciplinarlo non ci aiuta di certo a dargli un nome.

Chiamiamolo come ci pare, (io per praticità lo chiamerò “vino artigianale”) facendo nostro un concetto fondamentale: il vino è chi lo fa.

Per fare del vino artigianale, è necessario essere degli artigiani, rispettosi della terra (e della Terra) ostili a scorciatoie enologiche e sofisticazioni, capaci di star dietro a tutti i suoi processi produttivi, dalla vigna all’imbottigliamento.

Quando a tutto ciò si unisce la capacità, si compie una piccola rivoluzione, etica ed estetica.

Spostare il soggetto dal vino a chi lo fa ci darà una grossa mano a capire il meraviglioso liquido dentro alla bottiglia, quanto naso e palato.

Qui subentra una suggestione particolare, che il vino tecnologico raramente riesce a regalarci: la sua tridimensionalità.

Guardare oltre il contenuto della bottiglia, conoscere chi l’ha prodotta, come, dove, il perché di certe scelte (giuste o discutibili che possano rivelarsi), la tensione del dubbio e della fatica, riconoscere al vignaiolo la possibilità di sperimentare, che appartiene solo a chi non deve sottendere al dovere della “replicabilità”, sono tutti elementi che, ve lo assicuro, rendono l’esperienza del bere vino ancora più entusiasmante.

Quello della replicabilità è concetto importante, che fa da spartiacque.

Il vino industriale, per logiche comprensibilissime insite nella sua natura, deve riuscire ad essere il più possibile uguale a sè stesso.

C’è qualcosa di male in questo? Assolutamente no.

È quello che cerchiamo dalla Nutella o dalla Coca Cola: la rassicurazione, il conforto di ciò che già conosciamo benissimo.

Il bere vino artigianale è invece mosso da necessità opposte: la curiosità, il volersi mettere in gioco, il desiderio di bere un vino libero di cambiare di anno in anno per scelta stilistica di chi lo fa, o semplicemente perché le annate sono diverse, e di sentirlo mutare nel bicchiere durante la serata, perché vivo e senza ingessature.

Quindi? Tutto risolto?

Abbiamo stabilito una volta per tutte il primato del vino artigianale su quello convenzionale?

Nient’affatto.

Per quanto romanticamente vicino all’assunto del gigantesco Veronelli secondo cui “il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale”, credo che questo non sia totalmente giusto.

Provo a spiegare il perché.

Avrete tutti notato quanto il vino naturale ultimamente sia diventato mainstream; un po’ come il rap, che prima lo sia ascoltava in mille e ora è tutto rap (e sue raccapriccianti declinazioni).

Quando un qualsiasi fenomeno si massifica, si snatura.

E infatti è un proliferare continuo di produttori improvvisati che, facendosi scudo della componente filosofica di questi vini e del minor intervento possibile nel realizzarli, imbottigliano delle cose che quando le bevi ti fanno pensare ad un bobtail bagnato o a qualcosa di sottratto all’insalata, tanta la volatile acetica.

E neanche troppo rari sono i casi di coloro che si spacciano per artigianali, ma invece di astuzie ne usano più di una.

A quel punto, viva il vino industriale.

Quello è fatto con una formula infallibile, non sbaglia mai.

Morale della favola: ognuno beva quello che vuole.

Ma vuoi mettere stappare una Barbera di Bruna Carussin dopo aver visitato la sua azienda in Piemonte, con gli asini nel recinto e quello prediletto che gira per casa, o un Lambrusco di Vittorio Graziano, che ti racconta il Grasparossa mentre impasta le tigelle e un gatto gli si arrampica su per la gamba e lui che cambia discorso e ti dice: “Si chiama Spacmar…perché spacca i Maroni!”.

O un Beirut del Signor Kurtz, che qualche anno fa mi confessava di voler realizzare dei vini in piena assenza di stile, e che invece sono così autoriali da farsi riconoscere dalla luna?

O un Trebbiano Spoletino di Francesco Mariani di Cantina Raìna, con quelle macerazioni così ardite da farti sentire gli addominali che non hai più da secoli.

O semplicemente, farsi raccontare questi pezzi di vita da chi ti sta mescendo il vino.

Fateci fare questo, a noi osti, che di strategie di marketing e di unità di produzione non capiamo nulla.

Siate curiosi, rischiate.

Che se poi un vino non vi piace, qualcun altro se lo beve.

Il vino naturale non esiste.

Viva il vino naturale.

facebook.com/osteria12rondini

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