Districarsi (se si vuole) nella giungla dei vini naturali

Lo sapevamo, prima o poi doveva accadere: il sotterraneo mondo del vino naturale è si è scoperchiato.

di Damiano Lunghi

Da piccolo universo parallelo si è trasformato in un’onda travolgente.

È un bene? E’ un male?

È un po’ entrambe le cose, come sempre accade quando un fenomeno di nicchia diventa mainstream.

Cerchiamo di capire.

Nell’appassionato della prima ora, si va ad intaccare quel piacere narcisistico del mondo per pochi intimi; un po’ come quando ti sentivi figo nell’ascoltare i CCCP, e poi ti ritrovi un Giovanni Lindo Ferretti, più conosciuto di Ramazzotti.

Messi da parte i dispiaceri per il piccolo Eden personale violato, ragioniamo sui massimi sistemi.

Come può un prodotto artigianale reggere botta ad un mercato che ne ha una fame bulimica, senza perdere identità?

Frequento le fiere dei vignaioli da un decennio, e ho come l’impressione che fino a qualche anno addietro, si galleggiasse ancora nella dimensione del “poco ma ben fatto”.

Può ovviamente essere una percezione distorta, dettata da approssimativa conoscenza della materia e da altrettanto grande stordimento da entusiasmo iniziale.

Per certo, negli ultimi anni abbiamo assistito ad un proliferare impressionante di fiere del settore.

E più sono le fiere, più produttori devi infilarci, più si abbassa lo standard qualitativo.

Tutto ciò per dire che da un po’, quelli che sono i difetti riscontrati dai “detrattori” del vino naturali, si possono trovare nel calice con una certa frequenza.

Perché è un mercato che tira, e con l’ingenua (o furbesca) convinzione che il vino naturale si faccia intervenendo il meno possibile, non di rado in questo mondo si infilano produttori che in realtà il vino non sanno bene cosa sia.

Una bella etichetta funky, e se spunta da condirci l’insalata o puzza come un bobtail bagnato, tanto meglio, “tanto è naturale!”.

Per non parlare delle grandi aziende del vino “tecnologico” che propongono una linea artigianale parallela (come se lo si potesse essere “a tratti”).

In molte hanno una linea bio; lascia perdere se poi vinificano a Fukushima.

Altra ‘dinamicuccia’: il fatto che a breve il vino naturale lo venderanno anche i calzolai, rischia di declassarlo, quando in chi lo propone manca conoscenza e profondità, a bibita comune.

E questo sarebbe il “vinicidio” peggiore.

Perché un vino, se non ti bevi anche un po’ l’anima di chi l’ha fatto, è meno buono.

La faccia bella della medaglia è che più gente che si ingegna nel fare la stessa cosa,  porta più conoscenza, più confronto e più scambio.

Ed è un gran piacere sentire produttori che, in un mondo ormai diventato imprevedibile come quello agricolo, si raccontano addosso le fatiche, le intuizioni, i successi e gli scivoloni.

E, banale a dirsi: in più siamo a bere roba “buona”, fatta da chi la terra la custodisce invece di impoverirla con la chimica e i veleni, meglio è per tutti.

Vi auguro bevute felici, che di questi tempi fanno bene due volte.

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Damiano Lunghi

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