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ENZO NERI, QUI MANHATTAN in america si sta bene

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Enzo Neri, classe 1971, è uno chef, anzi meglio «un capo cuoco come direbbe Marchesi dato che odia i francesismi. Ho iniziato come aiuto partita e piano piano sono diventato un Executive Chef». È di Città di Castello dove ha vissuto fino a 30 anni anni poi se n’è andato: Londra, Dubai, Washington DC e dal 2011 vive stabilmente a New York. Attualmente è executive chef nell’Upper East Side di Manhattan.

Non sa se tornerebbe in Italia: «Idealmente sì, ma credo che farei fatica nell’adeguarmi a certi metodi di vita che sono stati anche una delle ragione della mia fuga», dice riferendosi alla burocrazia e al sistema politico che «limitano lo sviluppo del paese da oltre 20 anni e ciò mi spaventa. Sono abituato a gestire me stesso e le mie cose in maniera molto più veloce e dinamica meglio in America che in Italia. Questo non nega il mio amore viscerale per l’Italia e per la mia città natale!».

L’America per Enzo Neri è arrivata un po’ per caso: «Una mia cugina australiana venne in Italia per l’Università e io me ne andai in Australia nell’ottobre del 1999. Lì ci fu un particolare che poi cambio’ la mia vita. Camminando per il quartiere italiano, nelle strada Laygon Street di Melbourne, mi accorsi che ogni ristorante cercava un aiuto cuoco per la stagione. Pensai che se avessi saputo cucinare mi sarei potuto trasferire in Australia per lavoro. Questo e’ stato un po’ un input. L’Australia, paese giovane ma di mille culture mi ha aperto gli orizzonti».

Un’idea che poi non hai più abbandonato?
«Tornato in Italia, mi sono costruito una professione da zero ho studiato, poi lavorato al Postale di Città di Castello con Marco Bistarelli (una stella Michelin). Da lì la possibilità di trasferirmi a Londra, (dove ha lavorato da Vasco & Piero Pavillion e Caldesi) meta ambita per molti noi europei… nell’ottobre 2003 lasciai l’Italia definitivamente».

Cosa ha l’Italia in più dell’America?
«I profumi, i colori, il cibo, il vino, la campagna, il mare, il sole. La lingua, la cultura, l’architettura, il senso di ospitalità, la passione, le feste paesane, le ricorrenze, la diversità delle regioni e dei dialetti, il modo di vivere, le priorità e perfino a volte il suo provincialismo.

Un pregio e un difetto dell’America?
«Un pregio sicuramente l’opportunità di crescita. Il difetto che mi pesa di più è la mancanza di romanticismo».

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Pubblicato da

Redazione di the mag

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