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Ezio Bosso – “Ho un sogno, dare una casa alla mia orchestra”

Ezio Bosso saluta il pubblico alzando il braccio in segno di affetto
3 min.

Il maestro Ezio Bosso, a Todi per la direzione dello Stabat Mater, ci racconta il suo rapporto con la musica, con Jacopone e ci parla dello stato della cultura in Italia.

di Cristiana Mapelli

Maestoso.

Questo è l’aggettivo più giusto per descrivere lo spettacolo di Rossini andato in scena per “Iubel” diretto da Ezio Bosso, il festival dedicato a Jacopone da Todi e che ha visto sul palco tuderte della chiesa di San Fortunato, la Europe Philharmonic Orchestra con i solisti Rino Matafù, Andrea Pellegrini, Floriana Cicio, Isabel Lombano Marino (Fondazione Pavarottie il Coro Filarmonico Rossini di Pesaro.

Ezio Bosso

Direttore d’orchestra e compositore, Ezio Bosso da tempo ha ricominciato una intensa attività concertistica e dopo aver portato oltre 100 mila spettatori nei migliori teatri con il suo recital per solo pianoforte (evento considerato la tournée di musica classica più importante della storia italiana), è reduce da una lunga serie di trionfi alla testa di alcune delle migliori orchestre italiane e internazionali nella riconquistata veste di direttore d’orchestra, dopo anni di forzata pausa.

Le parole dello Stabat Mater, attribuite a Jacopone, sono state musicate da oltre 400 compositori di 38 Paesi con una produzione da record e in modo pressoché costante dal XV secolo a oggi.

Queste parole, nate proprio a Todi, sono state portate in scena da un’orchestra con più di 120 elementi nella versione del compositore pesarese all’interno della chiesa di San Fortunato, nella cui cripta si trova la tomba di Jacopone.

C’eravamo anche noi e abbiamo intervistato il maestro poco prima della performance.



 

Allora Maestro siamo nel chiostro adiacente alla chiesa di San Fortunato per la rappresentazione dello Stabat Mater di Rossini con le parole di Jacopone da Todi. Che emozioni le dà questa esperienza?

«Questo è uno dei casi in cui si va oltre le emozioni e si vive il sentimento.

Io ho un rapporto mistico, nel senso puro del termine, con la musica, con la parola.

Per me le parole sono importanti. Ho paura ad usarle anche adesso in questa intervista.

Non basta l’emozione, l’emozione è la parte più superficiale: quindi quello che conta è l’impatto, quello di una città così bella, di un posto così bello.

Poi da uomo di studio penso a quanto sia importante, quanto sia fortunato e quanto la musica ci dia la fortuna enorme di conoscere e di poter approfondire.

Siamo nel mondo francescano, uno dei rari spazi francescani puri che ci sono in Europa.

Non so neanche dove girarmi, sono un bambino sperso e solo una cosa so: son proprio piccolo».

Non è la prima volta che è venuto a Todi, so che ha già visitato e che ha suonato qui.

«È dagli anni novanta che la frequento, poi nel 2016 ho fatto l’ultimo concerto del mio recital per pianoforte, credo l’ultimo festival.

L’avete fatto ancora? (Sì, ndr) Bene!

Meno male, sennò dicevo gli ho portato pure male.

Dicevo, è bella Todi, poi a me piace fare i giochi: Todi è fondata per l’aquila con lo stendardo che arriva, il mio nome, l’etimo del mio nome vuol dire aquila… quindi è come se mi fossi posato qui».

Come si sente in veste di direttore?

«Ma io sono un direttore, non mi trovo qui per caso! Siete voi che continuate pensare che io sia un pianista, non lo sono mai stato.

Suono il pianoforte perché un direttore deve suonare il pianoforte.

Ora farò una battuta: ogni volta che dite che sono un pianista, muore un pianista vero!

Io metto tutto me stesso quando suono ed è vero che studio il pianoforte da tutta la vita, però io sono un direttore di orchestra che scrive la musica e suona il pianoforte se ce n’è bisogno e non c’è nient’altro».

Ha calcato moltissimi palchi, ha un sogno nel cassetto per il futuro?

«Dare una casa alla mia orchestra, a questo progetto di donne e uomini provenienti da tutta Europa, che vanno dai 23 ai 65 anni, che vogliono fare la musica.

Portare la musica a credere nella musica non è un sogno è al di là del sogno.

Spero che qualcuno ci trovi una casa, è il modo per continuare a portare musica senza ansia, appunto come se fossimo a casa».

Si investe abbastanza in cultura in Italia?

«Non si investe mai abbastanza.

Non è che c’è un più o un meno.

Non è mai abbastanza perché investire in cultura significa investire nel futuro di tutti, senza un’età.

Vuol dire creare una società che si ascolta, una società che si stupisce, vuol dire una società che ricorda quello che ha fatto male, e se vede che sta andando male prova a correggere il tiro.

La memoria è fondamentale e la cultura è una forma di memoria.

Ma non vuol dire per non ripetere, si può cadere negli errori ma fare in modo di correggere il tiro con dolcezza».

C’è voglia di arte in Italia?

«Le persone hanno tanta voglia dell’arte.

Hanno voglia dell’ars, di quel fuoco unito al tecnes di chi il fuoco lo sa fare.

Hanno voglia di stupore, hanno voglia di sapere. Quindi credo che la cosa migliore sia fare di più per l’arte.

Se noi tutti, persone di responsabilità, persone con ruoli di responsabilità, non ci spendiamo per migliorare la fruizione dell’arte, ecco, siamo messi male».

Ezio Bosso dialoga con il pubblico presente al concerto a Todi

Pubblicato da

Redazione di the mag

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