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FEDERICA ANGELI – La penna armata che sconfigge la mafia

Federica Angeli sorridente durante l'intervento a Foligno
2 min.

Federica Angeli, giornalista de La Repubblica, ci racconta la sua vita sotto scorta che è diventata anche un libro sulla criminalità di Ostia: “A mano disarmata

Il racconto più toccante di Federica Angeli è sicuramente quello della notte del luglio 2013 quando ha deciso di restare alla finestra, guardare in faccia chi aveva intimato ad un intero quartiere di rientrare in casa.

Poi sceglie di andare a denunciare quel duplice tentato omicidio di stampo mafioso di cui era stata una dei tanti ostiensi testimoni, ma l’unica che ha avuto il coraggio di raccontarlo alle forze dell’ordine.

Federica Angeli da quel giorno è sotto scorta e che è diventata uno dei simboli della lotta alla mafia in quel di Ostia e non solo.

Da questa sua esperienza, per molti aspetti drammatica e traumatica, è nato un libro, “A mano disarmata”, presentato in questi giorni a FolignoLibri.

Un’occasione per affrontare una questione complessa, quella della criminalità di stampo mafioso, che ormai si è propagata in maniera ramificata e strutturata nel tessuto sociale delle nostre città.

Ostia, appunto, ne è l’esempio.

«Lo Stato ha abbandonato Ostia, la mafia si è presa Ostia.

Come ha fatto? Ha risposto alle necessità delle persone, le stesse necessità che lo Stato non riusciva a soddisfare – spiega Federica Angeli.

Tre famiglie, tra le quali vigeva una pax criminalis ben definita, si sono spartite per anni la città con il beneplacito della politica che, in molti casi, era collusa».

Il racconto di Federica Angeli è puntuale:

«Con il mio lavoro non ho fatto altro che scoperchiare tutto questo, a cominciare dai rapporti tra politica e mafia.

Quando io entro a gamba tesa in questa realtà con i miei articoli.

Mi rendo conto subito di questo legame fortissimo tra la criminalità, la politica e anche parte della magistratura inquirente da una parte e del fatto che la magia fosse diventata un punto di riferimento per le persone».

Come funzionava?

«Ti serve la casa popolare? Ci pensava il clan Spada.

Avevi bisogno di un lavoro? Ci pensava un altro.

Certo, magari si trattava di spacciare, ma i soldi erano sicuri e tanti».

Poi cosa è successo?

«Quando ho mi sono presentata in uno dei lidi che era uno degli spazi gestiti da una di queste famiglie mafiose con la mia telecamera, ho ricevuto minacce di morte a me e ai miei figli.

Mi hanno detto che se la sarebbero presa con i miei cari, a cominciare dalla più piccola delle mie figlie».

Non ha avuto paura?

«Certo, ma ho deciso di rimanere a Ostia.

Anche questo alcuni tra quelli che pensavo fossero dei punti di riferimento nella lotta alla mafia si sono rivelati conniventi.

Riconoscere il male è facile e quando lo ritrovi anche nei politici che sembrava ti stessero dando una mano, la delusione è immensa».

Arriviamo alla notte di luglio del 2013.

«Sono stata testimone di un duplice tentato omicidio, sono rimasta l’unica persona affacciata alla finestra nonostante le intimidazioni dei boss.

E ho denunciato tutto. Così è arrivata la scorta e ho dovuto rinunciare a tante libertà».

E cosa ha fatto?

«Sono andata avanti e ho cercato di trasformare questa situazione per molti aspetti drammatica in un gioco, sullo stile del film La vita è bella di Roberto Benigni.

Quindi la presenza degli autisti l’ho fatta passare come un premio del giornale per il lavoro fatto e ho spiegato che se fossimo stati tutti bravi avremmo potuto ottenere tanti altri premi come quello».

È cambiata anche la sua vita lavorativa?

«Il mio giornale ha deciso di togliermi dalla cronaca di Ostia per ragioni di sicurezza.

A questo punto io ho deciso di continuare la mia battaglia contro i clan attraverso i social.

Ho aperto una pagina su Facebook dove raccontato quello che succedeva ed è successa una cosa inaspettata: si è creato un ‘noi’ fatto di migliaia di persone che hanno preso forza dalle mie parole e io dalle loro.

Mi hanno dimostrato affetto e supportato. Siamo diventati oltre 66mila su Facebook e 50mila su Twitter.

Ho potuto continuare a portare a galla le attività malavitose dando anche coraggio alle persone.

Come nel caso del tabaccaio taglieggiato che anche grazie al mio lavoro ha trovato coraggio e denunciato.

Ora i suoi aguzzini sono al 41Bis».

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Pubblicato da

Redazione di the mag

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