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Florence e The Machine – “Togliete quei cellulari e abbracciatevi!”

Florence e The Machine - “Togliete quei cellulari e abbracciatevi!”
2 min.

Florence Welch, insieme alla sua “Machine” a Bologna: un concerto tra rock, amore e incantesimi. Finché non c’è la Brexit c’è speranza, «siamo inglesi ma siamo anche europei», il saluto della 32enne cantante.

Testo Maria Vittoria Malatesta Pierleoni Fotografia Matteo Bianchi

Assistere ad un concerto di Florence e The Machine è l’equivalente a tinte rock e raffinate di cadere vittima di un incantesimo.

Lo si capisce subito, quando pochi minuti dopo le 21, le luci dell’Unipol Arena di Bologna si fanno soffuse catalizzando l’attenzione sui supporti in legno del palco e sui tendaggi ampi, dai toni caldi che adornano impeccabilmente il luogo dove si compirà il rito.

Florence Leontine Mary Welch fa il suo ingresso, senza un filo di trucco, con la frangetta rubino spettinata, statuaria ma eterea in un lungo vestito verde che ricorda le atmosfere di un quadro preraffaellita.

Accolta da una marea di flash colorati allestiti da tremila devoti, attacca con l’emozionale June.

Dopo tre anni di assenza dai palcoscenici italiani, regala al pubblico (quasi) tutto il lavoro degli ultimi due anni, High as Hope, senza far mancare intramontabili inni come Dog Days Are Over, Cosmic Love provenienti dall’album d’esordio Lungs, le note di classici Only if for a Night, Shake it Out dal secondo Ceremonials, What Kind Of Man, Ship to Wreck e Delilah da How Big, How Blue, How Beautiful.

La trentaduenne che riversa nei testi tutte le sue fragilità facendone un punto di forza (Hunger docet) incanta per due ore tutte le anime infondendo un senso di appartenenza e di comunione, perché la musica unisce e siamo tutti sotto lo stesso cielo, pieno di canzoni.

L’acmé della serata lo raggiunge infatti Sky full of songs dove la voce, dopo essersi caricata lentamente, fa scoppiare il suo vigore originario ibrido tra gospel ed esoterico e si fonde con le percussioni da grande orchestra.

Perennemente scalza eppure senza mai toccare terra, domina il palco con salti e piroette mentre l’estensione vocale grintosa è intervallata dalla voce impacciata, quasi da bambina, con cui si rivolge al pubblico.

Negli intermezzi parla d’amore, lo diffonde con le parole e sembra suonarlo con le mani che disegnano in aria gli accordi.

Con la stessa leggiadria racconta agli spettatori dei viaggi a Firenze con la madre e quanto la colpisca ogni volta il calore dell’Italia, specie se paragonato alla freddezza di quello della South London in cui è cresciuta.

«Siamo inglesi ma siamo anche europei», del resto.

Almeno finché Brexit non ci separi.

Questa macchina da guerra tiene alta la bandiera del rock ma lancia anche personali messaggi di pace e amore:

«mettete via i cellulari e abbracciate la persona al vostro fianco!»

che il pubblico non può che eseguire.

Il concerto di Florence e the Machine si rivela così un’esperienza completa: catartica, piena di richiami alla musa Patti Smith, di rock suonato e di fantasmi ormai del passato e chiude con Shake it out, una sorta di benedizione per tenere lontani i demoni interiori.

L’incantesimo è sciolto e la serata si conclude.

La star è senza dubbio Florence ma non è affatto da sottovalutare il lavoro della macchina che riesce a starle dietro e che, per chi se la fosse persa, tornerà quest’estate al Milano Rocks (30 agosto).



 

Pubblicato da

Maria Vittoria Malatesta Pierleoni

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