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Francesca Dani – Ho guardato negli occhi i fantasmi di Chernobyl

4 min.

Francesca Dani, fotoreporter fiorentina, da 5 anni cura un progetto di sensibilizzazione sulla catastrofe nucleare che 33 anni fa sconvolse il mondo. Dall’incubo atomico ai viaggi nei luoghi della catastrofe per raccontare quello che i libri di storia non dicono

di Maria Vittoria Malatesta Pierleoni 

Quanti ricordano cosa è successo 33 anni fa a Chernobyl e che portata ha avuto quel disastro nucleare?

Di certo nel corso degli anni la memoria della catastrofe si è affievolita, ma un ricordo strisciante è rimasto nella coscienza di tutti.

Anche dei più giovani che hanno conosciuto solo il racconto e le immagini dell’esplosione della centrale.

A far tornare alla ribalta Chernobyl, in questi mesi, ci ha pensato anche una fortunata e molto accurata serie tv che ha riaperto una ferita mai completamente richiusa.

 


Ne sa qualcosa Francesca Dani.

Fotoreporter freelance fiorentina, all’epoca dello scoppio del reattore 4 aveva solo 7 anni, ma quanto accaduto il 26 aprile 1986 nella cittadina ucraina ha indissolubilmente legato la sua vita privata e professionale.

Ex stilista di moda e cosplayer, dal 2011 si occupa di fotografia artica ed è una guida di viaggi fotografici didattici.

Da 5 anni cura il progetto Ghosts Of Chernobyl che, insieme al collaboratore Loriano De Amicis, presenta nelle scuole medie per sensibilizzare i più giovani su un argomento che i libri di storia non approfondiscono.

In occasione del seminario tenuto per il Fotoclub di Sansepolcro lo scorso ottobre, abbiamo fatto alcune domande per The Mag a questa storyteller dell’immagine.

L’intervista

Scrivi su di te «Sono italiana ma la mia casa è il mondo: vivo il Lapponia per circa 8 mesi all’anno e il resto in Ucraina e Italia è quello». Come mai la tua vita è divisa tra queste zone?

«Fondamentalmente per lavoro.

Il mio attuale datore di lavoro aveva visto su Internet le mie fotografie di paesaggi artici e mi ha offerto per posto come guida dei gruppi organizzati che vengono in Lapponia per fare un viaggio fotografico.

In Ucraina invece mi appoggio dal 2017 ad un altro tour operator che vende un pacchetto che ho creato io stessa sulla base del viaggio che avevo fatto da sola nel 2016».

Dalla moda al reportage. Che cosa ti ha portato fin qui?

«Ho fatto la modella per 12 anni e ho lavorato come stilista.

Poi però quest’ambiente ha cominciato a starmi stretto, non mi ci trovavo più e ho deciso di prendermi una pausa per dedicarmi ad altro.

Da lì ho iniziato come fotografa». 

Perché la tua storia si lega a quella di Chernobyl?

«La mia ossessione per Chernobyl inizia 33 anni fa, quando la nube di fumo che aleggiava sopra Firenze provocò terrorismo psicologico nel mio mondo di allora: famiglia e scuola.

Era la prima catastrofe nucleare dalle conseguenze gravi mai successa prima e nei confronti della quale nessuno sapeva come comportarsi.

Sono cresciuta in questo clima di terrore, fatto di paranoie, controlli medici e analisi del sangue continue.

Non volevo neanche sentirne parlare finché, per poter superare questa paura, ho capito che dovevo affrontarla.

Ho iniziato così a documentarmi e studiare, a livello tecnico e umano, cosa fosse accaduto».

Sul tuo blog leggiamo «Ci sono posti sulla terra che non sono mai solo quei posti». Cosa vuoi dirci?

«Credo molto nel destino e troppe coincidenze mi hanno portata fino a Chernobyl.

Sono fermamente convinta che nei luoghi in cui si è destinati ad andare, in qualche modo ci si arrivi».

Com’è stato incontrare le persone che hanno vissuto sulla propria pelle la tragedia?

«Trovare i primi contatti che poi mi introducessero nell’ambiente è stato un lavoro di ricerca molto lungo.

Parlare con queste persone è difficile non tanto per le barriere linguistiche o per reticenza ma a livello emotivo.

L’incontro più toccante è stato senza dubbio quello che ho avuto con la mamma di Leonid Toptunov, personaggio al quale mi sento molto legata perché denigrato e accusato ingiustamente di essere stato il principale responsabile del disastro e del quale si sa molto poco». 

Chi sono i fantasmi di Chernobyl?

«I ricordi vacui dell’esistenza di persone che hanno contribuito a salvare metà Europa da una catastrofe ambientale di immense proporzioni, i “liquidatori” cioè quelli che hanno contribuito sia alla bonifica della zona compresi vigili del fuoco, ingegneri, civili, militari e infermiere».

«Quando una persona muore non è vero che l’ultimo capitolo del suo libro verrà chiuso». Il tuo è un tentativo di tradurlo in una lingua migliore?

«La mia missione è alimentare la memoria collettiva su chi erano e cosa hanno fatto perché quando un eroe non ha un nome, viene dimenticato».

Credi che il successo della miniserie HBO abbia attirato l’attenzione su questa tema, solitamente poco trattato?

«Assolutamente sì.

Mi occupo di questo argomento da 5 anni e nessuno lo conosceva.

Da quando è andata in onda, i picchi di visualizzazione sul mio sito sono schizzati così come sono aumentati i partecipanti ai tour fotografici che organizzo a Chenobyl e Pripyat, la zona di esclusione.

Linearmente la serie è fatta molto bene e fa un buon excursus di tutta la vicenda.

Se da un lato ha incoraggiato un po’ di consapevolezza anche nelle generazioni più giovani dall’altro ha però acceso un interesse in persone poco sensibili alla vicenda umana e più preoccupate di venire a fare del dark tourism».

Dando un’occhiata ai tuoi lavori è impossibile non notare l’attenzione riservata i luoghi abbandonati. Da dove viene la fascinazione per le ghost town?

«Mi piace vedere i luoghi che un tempo erano vivi e che sono stati progettati per uno scopo, sapere che c’è una storia dietro ma poi è successo qualcosa che ha vanificato tutta la fatica impiegata per costruirli».

Pensi mai a tornare al mondo della moda?

«No, dove sono adesso mi ha portato ormai troppo lontano rispetto a quel mondo effimero».

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

«Sto scrivendo un libro che raccoglie le testimonianze di tutte le persone che sono riuscita ad contattare finora sull’argomento Chernobyl, sto organizzando viaggi fotografici e culturali un po’ particolari come la città abbandonata dei minatori nelle Svalbard e la Porta dell’inferno in Turkmenistan». 

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Maria Vittoria Malatesta Pierleoni

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