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FRANCESCO FANTINI – «L’ARTE CHE FACCIO PER ME»

Francesco Fantini portrait
3 min.

Tutto ciò che esce dalla mente e dalle mani di Francesco Fantini, ceramista, scultore, fotografo e artista grafico (classe ’69) è quanto di più lontano ci sia dal mondo dell’arte contemporanea e soprattutto dal mercato che la guida. È un mondo fatto di idee che trovano forma grazie a materiali diversi, esperimenti e riscoperta di oggetti che hanno perso utilità, forse, ma non fascino. Tutto prende vita in un laboratorio caotico, colorato e creativo dove l’abbiamo intervistato.

di Claudia Belli - Foto di Elisa Nocentini

Hai accennato che fin da piccolo ti trovavi bene con le arti grafiche…
«Giusto, anche se tutto è iniziato veramente all’Accademia delle belle Arti di Perugia. In realtà, però, mi sono diplomato a geometri nel 1987, allora c’era l’edilizia che andava come un treno; adesso potrei essere stato un geometra affermato e poi fallito, con due figli, una moglie separata e una Mondeo da cambiare. Invece non ho figli, non sono sposato e ho una Fiat Punto (sorride, ndr). Dopo il militare ho frequentato l’Accademia e una volta finita ho deciso però di non fare l’artista».

E perché? Sembra strano.
«Sono uscito demotivato da questa esperienza, l’ambiente si è rivelato per me poco stimolante, anche se quegli anni di studi sono stati molto belli a livello personale. Inoltre c’era una maestra dell’incisione davvero brava che mi ha trasmesso questa passione; nello stesso periodo mi sono avvicinato alla fotografia che ho poi approfondito anche a livello professionale, collaborando ad esempio con Amedeo Buhler. Sinceramente avrei voluto fare Scultura, ma non è stato possibile perchè avrei dovuto riprendere tutto da capo, ormai ero iscritto a Pittura. Poi ho capito che potevo fare benissimo da solo: se hai da dire qualcosa basta cercare un tuo linguaggio».

Dopo l’Accademia delle Belle Arti?
«Beh, uscito da lì ho cominciato a lavorare da Giorgio Ricciardi, maestro della porcellana, dove ho imparato la calchistica; in realtà all’Accademia c’era gente in gamba come Marilena Scavizzi, brava e divertente».

Quindi: l’arte cos’è per te?
«È una cura. Io l’arte la faccio per me: se devo vendere tanto per vendere mi dispiace più che alzarmi la mattina e andare a lavorare. La realizzazione di un artista, in senso monetario, è completamente distaccata, per questo ho cercato un lavoro al di fuori dell’arte».

Qualche anno fa poi un incontro ha dato inizio a un nuovo ciclo produttivo in uno dei luoghi più belli della città.
«Ho frequentato un corso professionale in seguito al quale c’era la possibilità di un tirocinio da Gianni Ottaviani e sapevo che la tipografia Grifani Donati è un posto meraviglioso. Ho ripreso un po’ in mano l’incisione e la litografia. La ceramica e la tipografia si assomigliano, c’è l’idea e c’è la matrice. Da Ottaviani ho fatto anche due mostre, una delle quali alla fine del corso, ora ci vado ogni volta che ho un’idea».

Dopo varie esposizioni – negli anni passati hai partecipato anche alla Wunderkammer a Palazzo Vitelli e organizzato con Laura Tofani la mostra “Percorsi Comuni” in un bellissimo spazio in Via della Rotonda in centro a Città di Castello – ora su cosa ti stai concentrando?
«In questo momento della mia vita artistica prima arriva il titolo e poi l’opera, infine la tecnica in cui spesso mi imprigiono; attualmente mi piace molto il cosidetto Marmo di Bruxelles, un mix di acqua e polvere, un materiale malleabile che però diventa durissimo, soprattutto in questo laboratorio dove è molto umido – ho dovuto fare dei buchi sulla porta per far passare l’aria – e d’inverno molto freddo».

Come hai vissuto il Centenario di Alberto Burri a Città di Castello?
«Sono stato contento per il centenario, almeno c’è stato un po’ di movimento intorno a questa personalità. Io non l’ho approfondita molto la figura di Burri – i miei riferimenti artistici sono altri lo ammetto, possono essere casa mia o i miei amici, o altri artisti sperimentali che seguo; però tutte le volte che conoscevo una ragazza la portavo ai suoi musei e lo ringrazio anche solo per quello! (ride, ndr)».

 

LA RICETTA: IL POLLO “ALLA SVELTA”

Il pollo alla svelta di Francesco Fantini

Il pollo alla svelta di Francesco Fantini

Come le sue opere, ciò che Francesco Fantini prepara ai fornelli è un connubio di sapori forti, senza tanti giri di parole. Il petto di pollo tagliato a pezzettoni è prima impanato in farina di riso e poi rosolato su olio bollente, insaporito da aglio e peperoncino. Una volta dorato il pollo viene ricoperto da zucchero di canna, che lo caramella prima di una sfumata di aceto balsamico. Non c’è bisogno di impiattarlo con cura eccessiva, meglio mangiare il “Pollo alla svelta” finchè è bollente e gustarne subito il sapore agrodolce.

Per seguire Francesco Fantini: www.facebook.com/effefantini

 

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Pubblicato da

Redazione di the mag

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