Francesco Mariani: breve e scomposta biografia aneddotica non autorizzata

“È omaggio, un tributo, un riconoscimento…”.  Iniziava così un vecchio pezzo di Frankye Hi-Nrg.
Senza motivo l’ho canticchiata per due giorni, finché mi son chiesto: “Qual è la prima persona del mondo del vino a cui dedicheresti tutto ciò?”. Me ne sono venute in mente almeno trenta; giochino non riuscito. Bene, quindi comincerò da Francesco Mariani, proprietario o lui stesso Cantina Raìna, in Montefalco.

DAMIANO LUNGHI
Damiano Lunghi
Damiano Lunghi

L’inizio della nostra stappante amicizia risale a una decina di anni fa; neo vignaiolo inesperto lui, neo oste/ristoratore confusissimo io. Due anime con le idee tutto sommato chiare sul divenire, forse appena un po’ traballanti sul “come”. Inoltre Francesco, con un compiutissimo passato da chef; cosa che negli anni mi è tornata molto utile (mai al pari di quanto possa esserlo stato io a lui nel campo del vino), prima di diventare chef si laurea in filosofia.

Ora, tracciate temporalmente queste tappe e pensate a quanto tutto ciò possa essere fico:

FILOSOFIA > CUCINA > VINO.


Ecco, in questa linea orizzontale c’è la magia di Francesco. In mezzo tanto Punk e da qualche anno (ahimè) una passione forsennata per l’electro pop giapponese (city pop) piuttosto che per quello balcanico (yugo rock). Si, hanno anche un nome ste cagate…

Una cosa agghiacciante, al pari del postino che ti consegna una raccomandata.

E poi un’idea di mondo solidale, generosa. Non di quella per riempirsi la bocca; quella vera.

Tutto questo bagaglio (yugo rock compreso) si può osmoticamente trasmettere al proprio vino? Si.

E poi c’è la componente della credibilità. Francesco nasce vignaiolo dal nulla.  Un paio di vendemmie di prova (e siamo nel 2006), seguito da un enologo. Qualche anno di vino convenzionale neanche malaccio, col freno a mano tirato dalla sana paura di guidare una macchina che non si conosce, con la responsabilità di non farla sbandare, e appunto, con un navigatore accanto che ti indica la strada. E poi l’interessamento alla biodinamica, la necessità di rinunciare a pratiche enologiche invasive, o quantomeno di capire se fosse possibile.

Abbandonare la strada del vino convenzionale per andare a produrre  vini artigianali

Quindi i primi tentativi di “mo ce ripigliamm tutt’chell che è o nuost”, e la successiva consapevolezza di poter essere l’enologo di sé stesso.

Ecco, questo innalza l’asticella della credibilità: il percorso virtuoso.

L’abbandonare la strada (ovviamente meno dissestata) del vino convenzionale per andare a produrre vini artigianali, che poi si sono rivelati tra i più interessanti della zona, con peculiarità e timbrica tutta personale, ma senza perdere di vista la territorialità. Perché “vignaioli naturali” si può nascere, ma è meglio se lo si diventa, giusto per spazzare via qualche dubbio sull’opportunismo, che a volte è presente in questo mondo, come il residuo di carbonica in questi vini senza scudi.

Francesco produce otto referenze. Tre rossi: Igt, Rosso di Montefalco, e Sagrantino (secco e passito). Un rosato. Tre bianchi: Trebbiano Spoletino, Trebbiano Toscano e Grechetto.

Per quanto possa contare i miei preferiti sono i bianchi (ma in linea di massima lo sono a prescindere).

Tutte vinificazione in acciaio, eccezion fatta per il Toscano 2019, parte della cui massa è passata per botti di castagno. Vini sempre giocati sulle macerazioni in buccia, che negli anni passati era un po’ più vigorosa. Il baronetto di casa è sempre il Trebbiano Spoletino.

Una menzione particolare però la merita il Grechetto 2018; dimostrazione esemplare di come si possa nobilitare un vitigno spesso (e anche giustamente) relegato a ranghi più bassi.

Si sa, Satana, non di rado, è proprio lì che fa stretching.

Stavo dimenticando l’indimenticabile: il Veromouth Numero 1. Nella sua prima “apparizione” concepito con la sola uva Sagrantino. Era una bomba, ma se degustato in purezza.

In realtà, tagliato con altri alcolici da cocktail, dava l’impressione di ritrovarsi in bocca il comodino della nonna, e non il desiderato Negroni.

La vincente successiva intuizione di tagliarlo al 25% col Trebbiano Toscano, ce lo consegna nella sua attuale meraviglia.

Spero di avervi incuriosito abbastanza.

Il vino naturale non esiste.

Viva i vini naturali di Raìna!

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FB/@osteria12rondini

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