Giampiero, il gigante dei calanchi e il suo vino

Da un paio d’anni, nella cerchia degli amici, è entrato un colosso buono, trasposizione umana del sollevatore di pesi col baffetto e la tutina a righe, tanto ricorrente nelle rappresentazioni old school, con un tocco di norreno.
Si chiama Giampiero, trent’anni che dentro sono almeno il doppio, enologo di titolo, vignaiolo di mestiere, lucano di origini, imponente d’aspetto.

di Damiano Lunghi
Damiano Lunghi
Damiano Lunghi

Passa qualche anno in Friuli a mettere in pratica le sue competenze, per cantine convenzionali. Poi, cosa che in quei luoghi non è così difficile ad accadere, la scintilla per i vini naturali.

E quella si sa, quando si innesca, rasenta poi la forma nervosa.

Dopo qualche anno si trasferisce in Umbria nei colli vicino Cannara e, con la sua compagna, apre un b&b.

Tutto intorno, ovviamente, vigne.

In Lucania, “magica terra arida di crepe e polvere, d’abbandono e rassegnazione, dove anche il tempo si ferma e attende, immobile come gli immensi giganti di argilla che dominano silenziosamente la valle” (così la definisce lui), Giampiero addomestica le vecchie vigne di famiglia, frutto di un progetto audace e insolito.

Con un obbiettivo: dimostrare che nella sua terra, dove il vino non si fa o nel migliore dei casi si fa male, un altro “modo” è possibile.
Ridisegna completamente il suo modo di fare vino.

Via solfiti, via controllo della temperatura, niente chimica, affinamenti ed assemblaggi audaci.
L’incontro col Signor Kurtz, al secolo Marco Durante (mai destino si sarebbe potuto opporre a tanta ineluttabilità), al quale fa assaggiare i suoi esperimenti, gli infonde ulteriore entusiasmo e consapevolezza.
I due si scoprono con la stessa idea di vino, e probabilmente di Mondo.
Tra loro nasce un’affinità da starli ad ascoltare per giorni interi.

In pieno lockdown escono i primi due vini di “Dune Bianche”; così si chiama la sua cantina.
Devo anche ai non rari e clandestini assaggi, l’aver superato quel periodo così provante, meno bombardato del previsto.

Un sangiovese asciutto ed essenziale come Bruce Lee, con al naso un iniziale accenno di smalto che ricorda il Crystal Ball, e un bianco, malvasia e moscato.
Ecco, quel bianco, in particolar modo, è bevuta entusiasmante.

Si chiama “Musa”, e il dipinto di lei con un’arpa in mano, ne raffigura l’etichetta.
Come a raccontare una leggiadria che assaggiandolo, non si incontrerà mai.
Una supernova in bottiglia.

Potente, elettrico, un distillato di frutta, sferzante come un piranha.
Se ne trovate in giro – ipotesi molto remota – siate avidi.
Ciao Giampà.

Queste due righe te le devo, perché hai scelto l’Umbria per compiere questo piccolo miracolo, e te ne sono riconoscente.

Az. Agr. Dune Bianche – Giampiero di Ruggero

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