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GIORDANO PETRI, Un attore con un sogno in testa…

Giordano Petri
3 min.

Suo zio Elio Petri vinse una Palma d’Oro a Cannes e un David di Donatello nel 1972  per il film «La classe operaia va in Paradiso»… Giordano Petri dunque è un po’ figlio d’arte, un po’ nuova star del piccolo schermo. È più di tutto un attore mosso dalla passione per la recitazione e il palcoscenico, reduce dal grande successo della fiction ‘Rosso San Valentino’ su Rai Uno, che ha ottenuto il 21,9% di share nel prime time, stracciando ogni possibile concorrenza.


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Allora Giordano, per il pubblico della tv che ha seguito ‘Rosso San Valentino’, sei Marco, un giovane senza scrupoli alla prese col gioco d’azzardo. Ma te lo aspettavi tutto questo successo?

Giordano Petri: «Mi aspettavo che facesse un buon risultato, perché già dal copione mi ero appassionato alla storia. Immaginavo che sarebbe piaciuta anche al pubblico: ci sono tanti personaggi molto diversi tra loro, uno più bello dell’altro.»

La tv ti ha ora ‘consacrato’, ma prima ci aveva pensato anche il cinema. E se dovessi scegliere tra il piccolo, il grande schermo o il palcoscenico teatrale?

Giordano Petri: «Il mio amore incondizionato è per la recitazione e, a seguire, per tutte le forme di spettacolo. In realtà il teatro è la mia dimensione ideale, perché permette di interagire direttamente col pubblico. Il teatro è stato il mio primo passo, ogni sera hai un pubblico diverso con cui devi riuscire a creare empatia. Con la macchina da presa puoi bluffare, il palcoscenico è un viaggio.»

Tu sei il nipote del grande regista Elio Petri, Orso d’argento al Festival di Berlino nel ‘69, Palma d’oro a Cannes nel 1972 e David di Donatello nello stesso anno per il film ‘La classe operaia va in Paradiso’. Che ricordi hai di lui?

Giordano Petri: «Purtroppo non ho avuto la possibilità di conoscerlo, ma in famiglia se n’è sempre parlato. So che era un uomo curioso, pieno di interessi, avido lettore e altrettanto vorace spettatore. In particolare mio padre ne parlava con grande orgoglio e rispetto. Elio diceva: ‘Prima di tutto sono un uomo e cerco di tradurre la mia esperienza umana in una sceneggiatura; se la filtrassi troppo non farei un film, ma qualcos’altro’. Cerco di fare la stessa cosa con la speranza di riuscirci con la stessa professionalità e di raggiungere anche io il momento della grande consacrazione!»

‘Il cinema non è per un’élite, ma per le masse. Parlare ad un’élite di intellettuali è come non parlare a nessuno. Non credo si possa fare una rivoluzione col cinema, credo in un processo dialettico che debba cominciare tra le grandi masse, attraverso i film e ogni altro mezzo possibile’. In questa celebre frase piuttosto lungimirante tuo zio, secondo te, aveva ragione?

Giordano Petri: «Il cinema italiano in generale non sa più raccontare storie. Il che non significa non saper fare cinema. Più un linguaggio creativo di qualsiasi tipo diventa popolare, più incontra un pubblico sempre meno specializzato. Non è certo il pubblico a decidere la qualità di un prodotto, ma la sua efficacia sì. Charlie Chaplin lo sapeva bene: prima di mandare nelle sale una pellicola la faceva vedere ai bambini, eppure a quei tempi non è che le masse potessero sempre permettersi il biglietto del cinema… questo è il paradosso.»

Hai lavorato con Benigni, con Monica Guerritore, Lando Buzzanca… quali tra gli attori o registi hanno lasciato una traccia importante?

Giordano Petri: «Tutti. Di Benigni ho un ricordo bellissimo: con lui ci si divertiva molto, anche se sul set si respirava l’importanza del film, la troupe era composta da grandi professionisti e questo mi intimoriva un po’, ma Benigni con la leggerezza e l’ironia riportava tutto alla normalità.»

Cosa hai lasciato a Città di Castello e cosa hai trovato a Roma?

Giordano Petri: «In realtà vengo molto spesso per rigenerarmi, poi qui ho la famiglia, i miei genitori cui devo fare un elogio perché nonostante la loro sofferenza profonda per non aver proseguito nella carriera giuridica mi hanno sempre incoraggiato… molte occasioni di ritorno a casa sono state delle sorprese come quando mi hanno cercato per la Mostra del Tartufo, per quella del Fumetto, o per ‘Facciamo cinema’…  ma a Roma ho la possibilità di coltivare il mio sogno seppure in mezzo alle difficoltà…»

Monica Bellucci e Valentina Lodovini, due attrici originarie della tua stessa terra, con chi vorresti recitare? 

Giordano Petri: «Se avessi l’opportunità con entrambe… Valentina è una cara amica con cui ho iniziato a Città di Castello nel laboratorio Ottobre di Valeria Ciangottini, fucina di molti talenti. In realtà il mio sogno nel cassetto sarebbe quello di riunire tutti gli attori umbri  in un’unica pellicola cinematografica o in una serie tv che racconti la nostra terra, coinvolgendo magari l’Umbria Film Commission, Regione e Provincia e le associazioni culturali. Tanti sono gli attori amici che hanno le mie origini: Marco Bocci ‘fratellone’ e amico putativo, Valentina Lodovini, Laura Chiatti, Filippo Timi, Alessandra Chieli… sarebbe davvero un bel colpo…»

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