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Giulia Mercati – Moda: passione genetica

2 min.
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Giulia Mercati

Volere è potere. Il motto di Giulia Mercati, stilista nemmeno trentenne di Sansepolcro, è questo. Per lei creare abiti non è solo una semplice passione, ma una conquista per cui si batte ogni giorno. The Mag l’ha intervistata per raccontare la storia di un giovane cervello che non se n’è andato. Anzi, ha costruito qualcosa.

di Marco Polchi

Facciamola semplice, partiamo dal 2009 e da una t-shirt bianca

«Sì, questo è stato il mio primo passo. Ho avuto l’idea di fare questa t-shirt con sù scritto ‘che fico’, con il frutto sorridente proprio sulla maglietta dal messaggio molto immediato e irriverente, anche a livello pubblicitario. E la cosa, infatti, funzionò. La mia fortuna fu di presentare questa capsule collection ad un importante show-room..».

…di Milano, vero?

«Proprio così, allo show-room ‘Spazio Gentili’ di Milano. Mi presentai da Graziano Gentili e gli dissi: “vengo dalla provincia di Arezzo e ho fatto questa collezione, potresti dargli un’occhiata? Vorrei un parere”. Beh, rimase colpito dalla collezione e da come gliela presentai, con maxi cartelle contenenti le magliette, impacchettate. Tutta fatta da me personalmente. Partii così».

Ma non ti sei fermata alle magliette?

«No, mi hanno chiesto di affiancare a queste qualcosa di originale. Feci allora dei pantaloni modello chino, dalla struttura abbastanza complessa, in dei colori molto luminosi scelti in tintoria, a cui aggiunsi delle fantasie in fondo che erano variabili e che quindi cambiavano a seconda del negozio in cui venivano spediti i capi. L’idea piacque molto, la prima stagione andò bene e fu un successo di vendite».

Quando hai capito che volevi disegnare e fare la stilista?

«Il primo barlume l’ho avuto da piccola, a 8-9 anni, quando arrivava Carnevale. Disegnavo il vestito che avrei voluto indossare e lo portavo a mia nonna che faceva la sarta. Insieme cercavamo di farlo come me lo ero immaginato. E crescendo questa cosa mi è rimasta, volevo sempre creare qualcosa apposta per me e non solo comprarlo. Quindi credo di avere sempre avuto questa passione».

Perché restare a lavorare in Valtiberina?

«Sono partita da Sansepolcro per un motivo pratico, avevo degli spazi a disposizione che potevo sfruttare. Qui ho la mia base organizzativa e poi, anche se non sembra, nel nostro comprensorio c’è un substrato di lavoratori della moda altamente seri e capaci, con cui è anche più facile instaurare un vero rapporto. Parte del lavoro comunque lo svolgo anche a Firenze e Prato, dove ci sono le più grandi lavanderie, forniture di tessuti, magazzini dove trovare accessori..».

In molti chiudono, tu apri un’attività: scelta azzardata?

«Il negozio, o store, è venuto in un secondo momento, grazie alla collaborazione con un’amica che me lo ha proposto. Non c’ho pensato due volte. Ha una valenza anche logistica, ho un ulteriore punto di riferimento vicino a me».

Provocazione: i giovani dovrebbero svegliarsi, eh? Le possibilità ci sono se uno sa coglierle..

«Sì, concordo. Anch’io conosco tante persone che non sanno quello che fare e preferiscono non assecondare le proprie passioni, perdendo tempo prezioso. I ragazzi della mia età si devono mettere in testa di ‘provarci’, almeno questo. Ci vuole poi anche fortuna, o meglio una sorta di intuizione fortunata per realizzare le proprie aspirazioni, ma nulla succede per caso, sopratutto in questo periodo».

Pullulano una miriade di blog sul tema, ne segui qualcuno..

«Li controllo più che altro, non li seguo. Anche perché spesso non sono molto utili. Ad esempio quello di Chiara Ferragni, che a suo modo è stata un genio, secondo me ha perso molto. Finché proponeva abiti alla portata poteva avere un senso. Ora, invece, dà pochi spunti interessanti e porta più a spendere che creare.. della Biasi nemmeno ne parlo!».

Ultima domanda a tema libero: vai.

«Ok, allora vi spiego il nome: GdueChoice. Per fare questo lavoro e per portarlo avanti ci vogliono tanto estro ma anche mantenere il contatto con la realtà per non perdersi, per questo mi dà una mano anche mio fratello in caso di bisogno. Io mi sento di avere queste due parti, mi divido in due fasi: a scuola mi chiamavano il ‘Generale’. Però ho anche i miei momenti di isolamento quando devo creare qualcosa.. quindi: la scelta/delle due parti /di Giulia».

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