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GIULIO GIUSTINI, QUI BERLINO Dove ho trovato le risposte che cercavo

Giulio Giustini
1 min.

Giulio Giustini, nato a Sansepolcro nel 1981, è artista e designer. Ha avuto una formazione d’autodidatta, esponendo in varie gallerie e spazi indipendenti; porta avanti una personale ricerca sui materiali e sui processi di lavorazione, secondo uno studio estetico e concettuale.

Nell’agosto del 2015 ha deciso di trasferirsi a Berlino in seguito a una proposta di internship ricevuta dalla sua fidanzata da parte di una galleria d’arte contemporanea. «Sono partito per amor di conoscenza ma senza grandi aspettative – dice Giulio –, considerando di poter far ritorno in Italia dopo la conclusione dello stage, ma inaspettatamente la mia vita all’estero ha preso una piega interessante, non solo quella professionale ma anche dal punto di vista qualitativo». Una scena artistica e culturale in continua evoluzione, stimoli pressoché inesauribili. C’è voluto poco per convincersi che quella fosse la sua nuova casa. E una volta trasferitosi nella capitale tedesca, Giulio co-fonda Urban Olive: un progetto di arte applicata per il quale realizza opere d’arte e architetture indossabili riscuotendo molto successo nell’ambiente dell’indi-design berlinese e non solo…

Giulio, cosa ti ha colpito di Berlino?
«È una città che mi attrae per la sua contemporaneità e dinamismo, è una metropoli in continuo cambiamento; attira giovani da tutto il continente che decidono di stabilirsi qui per realizzare un progetto, sperimentare o vivere una dimensione più internazionale. Qui puoi muoverti su binari diversi. Con Urban Olive, ad esempio, riesco a mescolare arte, design e fotografia. Nella capitale tedesca l’interesse verso il mondo creativo è completamente differente da quello che conoscevo in Italia. Sembra che più sei estremo e trasversale più le cose funzionino. Ho finalmente trovato alcune risposte che cercavo. Non ci sono limiti, ora lo so».

Sono molti più i pregi dei difetti da quanto si intuisce…
«Direi di sì, ma vorrei rispondere esclusivamente per quanto riguarda la capitale della Germania, è quella che conosco meglio. Credo che Berlino abbia una grande qualità che si può descrivere in una sola parola “tollerante”; tollera le diversità, che sono il teatro della sua espressione. Il difetto? Sì, sto per rispondere con il solito cliché: la cucina. Per quanto riguarda la gastronomia posso attingere a molte cucine internazionali, ma purtroppo quella tedesca ha grosse lacune».

Torneresti in Italia?
«Certo non è solo questo… Se chiudo gli occhi riesco ad immaginare la vista delle verdi valli dell’Altotevere, mentre assaggio i tortellini fatti a mano da mia nonna; ma non è esattamente la stessa cosa che viverlo. Purtroppo, in questo periodo storico il mio lavoro in Italia non sarebbe possibile, implicherebbe una rivoluzione sociale. In questo caso sì, tornerei in Italia!».

 

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Pubblicato da

Redazione di the mag

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