I Wonder Walls di Millo

Weave - MILLO 2018 - Estarreja, Portugal

Per Francesco Camillo Giorgino, conosciuto dai più come Millo (Mesagne, 1979), un muro è una “grande tela bianca su cui esprimersi”. In occasione della proiezione del documentario ART LIBRE del regista Luigi Capasso al La Piattaforma di Umbertide, abbiamo intervistato uno degli street artist italiani che ha saputo conquistarsi un ruolo di primo piano anche all’estero contraddistinguendosi per i suoi murales alla ricerca del rapporto tra l’essere umano e il paesaggio che lo circonda.

di Maria Vittoria Malatesta Pierleoni

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L’INTERVISTA

Ritratto di Maria Vittoria Malatesta Pierleoni
Maria Vittoria M.P.

Se la fama non ti precedesse, come descriveresti Millo?
Non ci penso mai alla fama.

Direi che sono un artista che fa arte pubblica e quindi qualcosa di gratuito che sta in mezzo alle persone, alla portata di tutti.

Com’è entrata la street art nella tua vita?
Inizialmente per emulazione, vedendo altri artisti.

Da semplice passione è diventata la mia occupazione.

Ho sempre lavorato nel mondo dell’arte, che fossero dipinti o video art in spazi indipendenti.

Poi galleristi e curatori nel corso di una mostra a Londra mi proposero di dipingere i muri, inizialmente di piccole dimensioni e da lì sono stato identificato come street artist.

Una volta tornato in Italia, mi si sono aperte più strade in questo senso.

Artisti di riferimento?
Nei primi anni 2000 le opere di Banksy mi folgorarono perché prima di lui le opere street erano limitate a puppets senza grandi cure estetiche.

Ma sicuramente anche Keith Harring.

Quali sono le tue intenzioni artistiche?
Di solito cerco di comunicare qualcosa che ciascuno può interpretare come vuole.

Quando dipingo non so dove finirò.

Ho solo una “visione” di quello che diventerà.

Do la mia interpretazione, in modo molto defilato, di quello che può essere un messaggio universale.

Credo che le cose che faccio funzionino perché non sono unidirezionali.

Come mai il grande formato?
Più gli spazi sono grandi, maggiore è il tempo di elaborazione e mi fa stare bene farlo quindi le grandi superfici sono state una naturale conseguenza.

Inoltre sono sempre stato ossessionato dal Guernica di Picasso e volevo arrivare a fare un lavoro del genere per capire cosa si provasse.

Credo che sia l’evoluzione delle opere rinascimentali e una sfida per l’artista, costretto a rivedere le proporzioni, cambiare tecniche e materiali.

Secondo quale criterio associ opere e superfici?
L’opera non finisce con il muro, cerco di inserirla in un contesto, portando dentro la sua storia e gli abitanti compresi gli elementi architettonici con una forte identità con cui posso relazionarmi.

Tutto diventa parte dell’idea.

Meglio l’Italia o l’estero?
In Italia c’è un potenziale di artisti e luoghi che possano ospitarla.

Napoli, il Pigneto di Roma, Bologna, Torino offrono tantissimo non solo per murales di grandi dimensioni ma anche poster art, stencil, street art vera realizzata di notte quasi senza permesso per raccontare storie e fare protesta.

All’estero, soprattutto a Londra, ci sono quartieri dove la street art si è quasi “snaturalizzata” e si perdono le identità degli artisti le cui opere sono così esposte da essere ipervisibili e hanno vita brevissima perché facilmente sovrascritte da altri o peggio da advertising di mostre ed eventi.

Da grandi edifici agli spazi “costretti” del Covid. Cosa ha significato per la tua arte la reclusione?
Con il lockdown sembrava di stare in guerra e le strade erano deserte, sarebbero state un buon momento per me per lavorare!

Sono stato fortunato rispetto ad altri colleghi perché non sono rimasto bloccato in giro per il mondo e mi sono inventato un progetto per una raccolta fondi, realizzato completamente con i materiali che avevo in casa che sintetizzava il periodo che stavamo vivendo pur trasmettendo un messaggio positivo.

Che consiglio daresti ai giovani street artist?
Di usare come punto di partenza di fare ciò che amano e di impegnarsi tanto perché solo facendo si trova qualcosa in cui si è bravi davvero e da lì poi la propria strada.

Perché hai scelto di raccontarti tramite ART LIBRE?
Ho preso parte ad un progetto ideato e dall’Istituto italiano di cultura a Montrèal che sponsorizzava anche il muro che sono andato a dipingere lì.

Mi piaceva l’idea di documentare il lavoro di un artista italiano all’estero e con il regista c’è stato un gran feeling artistico da subito.

Il risultato è qualcosa che rimarrà anche quando non ci sarà più il muro, conservando la storia e il processo creativo di un’opera di street art.

Progetti futuri?
Per il momento lavoro in Italia ma c’è grande incertezza per le commissioni all’estero fissate da tempo.

Temo poi le conseguenza di una crisi economica per cui diminuirebbero i progetti per questa forma d’arte.


INFO

www.millo.biz
instagram.com/_millo

facebook.com/millo27
youtube.com/user/francescogiorgino


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Maria Vittoria Malatesta Pierleoni

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