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IL BUONO, IL BRUTTO E IL CATTIVO (TEMPO) DELL’HOME FESTIVAL 2019

2 min.

Siamo stati a quello che doveva essere uno dei grandi appuntamenti di questa estate musicale, anche se qualcosa è andato storto. Tutto da buttare? No, affatto. Ora serve un grande lavoro per il 2020 

Testo e Foto Maria Vittoria Malatesta Pierleoni 

Traslocare si sa, è sempre difficile.

Specie quando la “Home” in questione è un Festival, la location che si lascia dopo un decennio è Treviso, e il non certo leggero bagaglio di aspettative è quello di rinverdire gli antichi fasti dell’Heineken Jammin’ Festival.

Il tutto secondo uno schema rodato negli anni che si propone di trasformare il parco San Giuliano di Mestre in una sorta di Woodstock family friendly.

Se ne sentiranno di ogni riguardo la prima edizione dell’Home Festival che si è tenuta dal 12 al 14 luglio, dalla bufera social per le importanti cancellazioni annunciate a ridosso dell’evento, alla pioggia di richieste di rimborsi e fino alla grandine che ha creato non pochi problemi organizzativi.

Se l’intento alla base del coraggioso tentativo di separare l’Home Festival dal Core di Treviso era quello di garantire un’offerta musicale internazionale lasciando in terra natia un programma più “italiano”, nella pratica il risultato non è stato all’altezza degli scopi prefissati in termini di numeri e di line-up.

Escluso il sabato nel quale l’affluenza è stata buona, le giornate di venerdì e di domenica sono state mediamente deludenti: solo 15mila presenze complessive nell’arco di un intero week.

Imputata principale senza dubbio la repentina e poco convincente decisione di non installare per motivi di sicurezza un palco che ha significato dover annullare le performance degli headliner in grado di spostare le masse, Aphex Twin, Jon Hopkins e The Vaccines, su tutti.

A distorcere la percezione dell’effettiva partecipazione, poi, ha contribuito un’area concerti molto ampia, forse dispersiva, pensata per il grande pubblico e che non permetteva di avere un reale riscontro dell’affluenza.

Ciò non toglie che per un appassionato di musica non è mancata l’occasione per spaziare tra i generi, dall’indie al pop passando per il rap e il rock e scoprire nuovi gruppi oltre ai made in Italy Canova e Gazzelle.

Esibizioni importanti ci sono state tanto nel main che nei secondary Hero, Susum e Firestone stage che hanno iniziato ad offrire spettacoli dalle 16 fino a tarda notte.

Menzione d’onore ai Ramona Flowers, band di Bristol autrice di un sofisticato post-punk e ai pazzeschi The Lafontaines che con il loro ibrido tra dance, hip hop e rock hanno stupito anche i pochi ma scatenati presenti.

Punteggio pieno ai Rival Sons, la perfetta apertura per il concerto degli Editors, quasi habitué del nostro Paese e impeccabili, l’italoamericana LP che con la sua cover di You Shook Me All Night Long ha spogliato i fan delle coperte termiche fornite dalla protezione civile dopo la tempesta di pioggia e grandine di sabato scaldando anche gli animi, operazione di rianimazione portata a termine con successo dal berlinese Paul Kalkbrenner.

Una lancia a favore di questo festival va comunque spezzata, anche per il tentativo di contenere i danni promuovendo offerte last minute sui biglietti e alla logistica che vince anche con il trasporto pubblico: attivo h24, con navette gratuite da e verso il centro, parcheggi a tariffe agevolate, una selezionatissima area Food & Drink, ampi spazi per il chillout, stand di artigianato di ogni genere provvisti anche di qualche lamentale da parte dei gestori, memori dei buoni incassi delle manifestazioni precedenti.

Se la saggezza popolare ha ragione, questo duro colpo dovrebbe aver insegnato una buona lezione agli organizzatori del festival per gestire tutto in maniera migliore il prossimo anno.

Del resto, sbagliare è umano purché once in a life.



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Pubblicato da

Redazione di the mag

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