Il Don Chisciotte dell’isola del Giglio

In un’estate di qualche anno fa, con Francesco Mariani (cantina Raìna) mi imbarco a Castiglione della Pescaia, alla volta dell’Isola del Giglio. Dopo poco, ovviamente, si rompe uno dei motori del traghetto, e il tragitto che solitamente ruba due ore della tua vita, comincia ad assumere le connotazioni dell’eternità.

Damiano Lunghi

Abbiamo appuntamento con un altro Francesco Carfagna, che invece ci raggiunge con una sola ora di ritardo. Carfagna è un ex professore di matematica, originario di Roma, poi trasferitosi a Firenze, che poco dopo molla tutto, e si impianta nell’isola, come quelle che poi saranno le sue vigne. Apre un ristorante-vineria che si chiama Arcobalena, tra i primi in cui si mesceva vino naturale.

Da lì la scelta (azzeccatissima) di farlo lui. Acquista dal suo vicino cinque ettari, di cui tre vitati.

Vigne di 30 e 60 anni.

Alberelli bassi e incazzatissimi, fieri contro il vento, la sabbia e la salsedine, a spiombo sul mare.

Per farla breve: arriva Francesco a recuperarci nel luogo prestabilito.

Pandino d’annata. Lui in consueta camicia sgargiantissima e sandali.

Si parte e ad un certo punto, per forza si sale. A tutta birra (scusate il fuoritema) imbocchiamo una stradina dritta, inesorabile; davanti a noi l’ingresso del cimitero dell’isola.

Solo cimitero, nessun’altra chance.

Ok, ha deciso di suicidarsi con noi, ma perché mai!?!?

All’ultimo istante, compare una stradina che non c’è, a 90°.

La imbocca senza toccar freno. Non so come sia stato possibile.

Io sono ancora convinto di scrivervi dal muro del cimitero. Riapro gli occhi, e davanti a me un mulino a vento; senza più pale, ma un mulino a vento. È casa sua, e anche la sua cantina. Lui ride. La casa, all’interno, è tutta tonda. Sembra di stare in un vortice meraviglioso. Un casino artistico di quadri, bottiglie ovunque e di chiunque. C’è la moglie: bellissima, naif, il dono innato dell’accoglienza.

Sotto sotto la cantina, che non ci entrerebbero due macchine, ma tanto fa 6000 bottiglie. Ci racconta, beviamo dalle vasche, rimaniamo incantati.

Qualche giorno fa, sempre con l’altro Francesco, e ad una microdegustazione di ViniVeri, ce lo ritroviamo col banco assaggi accanto al nostro. Mi versa un goccio del suo Ansonico 2020. “È tutto un po’ scompostino, disordinatino, dolcettino” mi fa, nemmeno con rassegnazione, ma con annoiato distacco, quasi come non fosse suo. “Francè, ma che cazzo dici! Sto vino è meraviglioso”, la mia replica. E lo era: un giubbetto antiproiettile dai 15° alcolici ma allo stesso tempo dalla beva portentosa. Un distillato di sale, miele, erbe aromatiche che mentre lo assapori ti fa partire le mani, alla ricerca di formaggi ovunque. E niente, per lui era “scompostino”.

Il rosso e il rossetto neanche ve li racconto. Ve li andate ad assaggiare da lui, a 10 centimetri dal muro del cimitero.

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Damiano Lunghi

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