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Il giorno in cui abbiamo smesso di ascoltare musica e siamo diventati dei followers

Se ne è parlato al Dancity Festival: Spotify, YouTube e la musica digitale, ovvero come le piattaforme ci hanno cambiato (in peggio?). La versione degli esperti e la dura realtà.

Testo e Foto di Andrea Luccioli

Siamo ascoltatori pigri? Forse sì.

Ma se siamo diventati così, dei “follower” della musica, la colpa non è solo la nostra.

Come è cambiato il mondo della musica e soprattutto dell’ascolto di musica al tempo dell’avvento delle piattaforme di ascolto digitale (semi-gratuito)?

Il tema è di quelli importanti, più di quanto si possa pensare.

E non solo perché riguarda la musica (e praticamente tutti la ascoltiamo), ma perché è uno dei numerosi aspetti della nostra vita quotidiana che è stato letteralmente invaso (e gestito?) dalle piattaforme digitali.

Se ne è parlato a Foligno durante il Dancity Festival edizione Winter, rassegna all’interno della quale sono stati organizzati alcuni “Talks” allo Spazio Astra in cui esperti di musica e sociologia hanno discusso e approfondito argomenti molto interessanti.

Come quello al centro dell’incontro “Dischi, radio cassette, walkman, cd, iPod e infine Spotify. Se la musica è ovunque ed è così facile procurarsela, che senso ha nella vita di tutti i giorni?”, tema su cui hanno discusso Damir Ivic (giornalista musicale), Tiziano Bonini (docente di Teorie e Tecniche della comunicazione di Massa all’Università di Siena) e DJ Rame.

La ricchezza tecnologica ci ha impigrito, siamo quindi diventati ascoltatori pigri?

Questa la domanda posta subito da Ivic e da cui si è cominciato a discutere.

«Una frase che sembra una bella provocazione, ma è molto vera.

Come avviene per la produzione musicale, che ormai è una cosa accessibile a tutti, oggi ascoltare musica è estremamente semplice e quando un bene è abbondante, non viene più ricercato e considerato come prima.

Questo, in pratica, significa dargli un valore minore», spiega Bonini che poi fa un esempio chiarificatore: «In passato quando volevi avere una canzone, eri disposto anche a registrarla alla radio sulla musicassetta, magari aspettando ore in attesa che la passassero.

O ancora, anni fa mettevi da parte soldi per comprare cd e ogni acquisto era una conquista.

Oggi, dopo l’avvento delle piattaforme di streaming gratuito, stiamo vivendo la situazione opposta».

Ma questo è solo il primo aspetto della questione.

E da qui deriva anche un ulteriore “problema”: «Da sociologo mi preme evidenziare che l’identità culturale che prima si costruiva intorno alla musica, oggi, non è più così forte come un tempo.

Prima intorno alla musica si creavano degli steccati sociali e la musica ti connotava.

Un legame molto stretto che è andato allentandosi.

A questo si è sostituito un altro parametro di identità, più debole: non conta più quello che ascolti, ma come lo ascolti.

Se ascolti vinili fai parte di un certo gruppo.

A esempio chi ascolta YouTube solitamente è un teenager, ragazzi senza laurea, sottoproletariato.

Ci si divide ormai solo sui dispositivi: chi ha tra 40 e 50 anni ascolta molto i vinili e magari lo fa perché lo streaming consuma molta più energia di quanto non faccia un disco.

Non ci sono più gli emo, i punk, i metallari».

«A cascata questo implica un’enorme pigrizia nell’ascolto inteso come ricerca – continua Bonini – Perché visto che la grande maggioranza degli ascoltatori lo fa tramite piattaforme di streaming e gli ascolti sono suggeriti dagli algoritmi, gli ascoltatori si sono impigriti, lasciano scegliere agli altri.

Oggi il 70% dei video che passa su YouTube è suggerito dall’algoritmo e non cercato dall’utente.

Questo non accadeva prima del 2016, ovvero prima che cambiasse l’algoritmo di YouTube per mano di Google».

Con le piattaforme digitali – è emerso nel talk – le major discografiche hanno ripreso potere sulla musica.

Il motivo?

La gestione dei diritti dei brani che, a tutti gli effetti, è un modo per tenere per il collo le piattaforme stesse e incassare soldi come non avveniva ormai da molti anni.

E l’ascoltatore?

Ormai è semplicemente un utente, altamente influenzato dalle playlist.

E chi controlla le scalette di YouTube o Spotify?

I curatori delle stesse, che utilizzano i dati raccolti dalle piattaforme, i soggetti che conoscono i nostri gusti e i nostri ascolti musicali.

Chi ha il vero potere oggi nel mondo della musica, quindi, è chi detiene i dati degli ascoltatori.

Tralasciamo il discorso relativo ai guadagni (inesistenti in verità, le piattaforme rimettono un sacco di soldi) della musica digitale per chi la distribuisce, la chiosa dell’incontro allo Spazio Astra ha offerto uno spaccato non proprio idilliaco dell’attuale situazione.

Almeno fino a venti anni fa, è emerso, la priorità era ascoltare la musica nel senso più alto del termine.

Oggi siamo invece “costretti” ad ascoltare tutto su tutto ciò che abbiamo a disposizione.

Non solo, ascoltiamo non tanto ciò che vogliamo, ma ciò che scelgono gli altri, i creatori delle playlist.

Un ascolto reverenziale, la musica come tappetino sonoro regolato in base all’ora del giorno o della notte.

La musica, è stato sentenziato alla fine dell’incontro, al giorno d’oggi si consuma un tanto al byte, ma si ascolta di meno.

Non siamo più ascoltatori di musica, ma followers.

IL MINI REPORT DI UN FESTIVAL ECCEZIONALE

Tre giorni di sperimentazioni elettroniche, di scoperte, grandi conferme e tanta musica elettronica.

L’edizione “Winter” del Dancity Festival ha collocato la rassegna in una dimensione nuova, forse meno “chiassosa”, ma sicuramente più puntuale, centrata.

L’Auditorium San Domenico trasformato in uno spazio di ricerca sonora, di ascolto privilegiato grazie ad una serie di artisti scelti con la consueta e rigorosa bravura.

In mezzo, come potete leggere nello speciale, alcuni appuntamenti “extra”, ovvero dei talk in cui sono stati approfnditi diversi aspetti della musica e di tutto ciò che gli gira intorno.

Nel pieno stile Dancity insomma, un contenitore dove la musica suonata incontra la ricerca, l’approfondimento, la conoscenza.

Nel complesso, comunque, possiamo parlare di tre giorni in crescendo.

Inizio davvero interessante con Micheal Rother, fondatore dei NEU! e dei Kraftwerk.

Uno che ha suonato con Brian Eno con cui ha portato avanti il progetto Harmonia, che poi è quello che ha suonato a Foligno insieme ad alcuni suoi lavori.

Bella performance, completa, rotonda e molto energica.

Niente di nuovissimo, ma assolutamente da segnalare l’esibizione – il secondo giorno – dei 72 Hours Post Flight, formazione di Varese che ha mischiato i generi in un mix molto godibile.

Schiaffi e carezze (musicali), durante la serata, grazie a Lucy, Kelman Duran e Napoli Segreta.

E veniamo all’ultimo giorno, forse il più completo sotto il punto di vista musicale.

Due segnalazioni su tutti, il grandioso Alessandro Cortini che ha portato sul palco il suo ultimo lavoro “Volume Massimo” e la clamorosa esibizione di Andy Stott, una garanzia.

E i numeri?

Migliori del previsto.

Pubblico che è cresciuto giorno dopo giorno andando a confermare la bontà di un festival che ha pochi eguali in giro.

La gallery fotografica

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