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Il racconto di Luigi Amadei: Alberto Burri nella Valle Museo – the Mag 15

3 min.

Luigi Amadei da quasi quarant’anni è il simbolo della sua «Galleria delle Arti» di via Albizzini, un riferimento culturale e spazio vivo per numerose mostre.  A lui si deve l’aver caldeggiato per primo il progetto di «valle museo» per questa terra a cavallo di due regioni che racchiude in sé capolavori inestimabili. Una culla dell’arte senza confini, da Piero della Francesca a Burri.

Amadei conosceva benissimo Alberto Burri del quale aveva ospitato alcune esposizioni. Per questo gli abbiamo rivolto alcune domande frugando nei suoi ricordi.

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Intervista di Massimo Zangarelli

Il luogo comune che vuole Burri schivo e reticente a qualsiasi cerimonia, anche in suo onore, risponde alla realtà?

«Come in tutte le leggende c’è un fondo di verità, ma il motivo vero è che Burri voleva che al centro dell’attenzione pubblico-mediatica ci fosse solo il suo lavoro: la sua Arte».

Lei che godeva della stima del Maestro e lo conosceva personalmente: come ricorda Burri nella quotidianità?

«Molto concentrato nel suo lavoro, in una quotidiana tensione creativa. La creatività ha bisogno di solitudine e silenzio, tutto il resto era necessaria distrazione. Chi lo frequentava quotidianamente lo trovava simpatico, affabile, un’intelligenza vivace spesso cinica, ma anche ironica. Burri pretendeva molto da se stesso e dagli altri e si arrabbiava quando le cose non erano fatte bene. Era piacevole starci assieme soprattutto perché parlava di tutto senza affettazione. Spartano nei modi, ma di animo gentile».

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Il fatto che dovesse molto della sua fortuna artistica all’America e alla moglie Minsa Craig che le aprì le porte giuste oltre oceano era per lui motivo di vanto o di cruccio?

«Burri deve la sua fama solo a se stesso! Al suo genio creativo di rivoluzionario dell’arte contemporanea ed alla fede nella qualità del suo lavoro estetico. Certo l’America è stata importante: alla fine degli anni ’40 mentre in Italia lo denigravano all’estero lo esaltavano come uno dei più grandi artisti del mondo! Certe dicerie sono frutto di una mentalità invidiosa, infatti nei primi anni ’50 con l’avvento della straordinaria rivoluzione linguistica di Burri intere generazioni di pittori e non solo scompaiono dal panorama storico artistico internazionale. La moglie, Minsa, la sposò nel 1955 quando era già famoso. Certamente  Minsa, ballerina e coreografa, aveva una spiccata sensibilità artistica e anche un carattere molto particolare».

I suoi buenos-retiros a Beaulieu e Morra avevano motivazioni d’ispirazione artistica o erano parte della sua natura riservata?

«Ambedue le motivazioni sono valide. Morra, sul confine Umbro-Toscano, era anche occasione per esercitare uno dei suoi sport preferiti, la caccia e ospitare i vecchi amici. Beaulieu, in Costa Azzurra, fu scelto dal maestro per motivi di salute (era affetto da enfisema polmonare). Burri amava la natura e in particolare quella americana, ma la stessa non è fonte primaria della sua pittura astratto-materica come sostenuto da alcuni».

Quanto era consapevole che i pregiudizi politici sulla sua persona avevano influenzato all’inizio anche il giudizio sulla sua opera?

«Era ben cosciente di ciò! Ma aveva una illimitata fiducia nella qualità della sua arte tanto da non preoccuparsene e farci sopra delle indimenticabili risate! Certo, nei primi tempi, in Italia lo hanno ostacolato in tutti i modi! Però ad onor del vero ci furono anche importanti segni di stima a partire da Papa Montini. Per Burri, ma anche per me, l’arte era considerata superiore alla politica: l’arte è eterna, le teorie politiche passano».

C’erano artisti suoi contemporanei cui andava la sua stima, Rauschenberg? Fontana?

«Come tutti gli artisti che sono narcisisti, anche Burri amava solo il suo lavoro ma diceva che Picasso era il più grande artista del XX secolo. Lucio Fontana è stato un compagno di viaggio nell’avventura dell’Informale mentre il giovane americano Bob Rauschenberg è stato un discepolo. Fra i pittori italiani Burri stimava molto Afro di cui fu molto amico. Con Burri ho avuto il piacere di visitare  mostre come Caravaggio a Napoli e Schiele a Milano. Mi fece anche una sintetica lezione su Van Gogh al museo di Los Angeles, quando ero suo ospite negli USA».

Cos’era per Burri il calcio. E la sua passione per il Perugia?

«Il calcio, che Burri aveva praticato da giovane con la ‘Tiferno’, era una passione e una distrazione alla quotidiana tensione creativa. La passione per il Perugia e il partecipare al rito di massa domenicale della partita di calcio era, credo, un abbracciare, un sentirsi unito alla gente, attorno ad un valore neutro ed utile come lo sport. Burri è italiano e umbro e l’Umbria è una regione di antica civiltà artistica e tradizione civile. La semplicità francescana come la sintesi rinascimentale è una componente essenziale della sua ricerca estetica che è materica ma anche classica».

Chi godeva della sua amicizia oltre a lei e a Nemo Sarteanesi cui affidò i Musei?

«Poche persone per la verità! Ma diverse per cultura, carattere, professione e nazionalità. Burri doveva essere sicuro della sincerità degli astanti, una amicizia fatta di affetto, lealtà, e naturalmente ammirazione per il suo genio artistico! Famosa, tra gli intimi era la sua “prova e controprova” nella valutazione degli uomini e dei fatti. Per Nemo la sua storia parla da sola. Personalmente spero di aver onorato questa amicizia».

Le celebrazioni per il Centenario gli sarebbero andate a genio?

«Domanda difficile. Posso solo dire che avrebbe apprezzato il calore umano della sua terra, ma soprattutto il riconoscimento, l’apprezzamento storico-internazionale della sua arte. In riferimento alla Mostra Burri-Piero le posso dire che Burri spesso mi diceva  guardando le colline che da Città di Castello vanno a Borgo Sansepolcro : ‘Piero aveva capito’».

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