Il Signor Kurtz è vino, bevetene!

Ho bazzicato Marco Durante in giro per fiere, senza conoscerlo, ma ci ritrovavamo spesso davanti allo stesso vignaiolo, al punto da darci quasi per scontati.

di Damiano Lunghi
Damiano Lunghi

Lui, occhialino tondo, basettoni, camicia e golfino; una tenuta bocconiana che lasciava desumere un’imminente deflagrazione. Assaggiavamo le stesse cose, e lui raccontava già quello quello che avrei capito poi.

Poi abbiamo tirato le fila dei nostri incontri, e lì a breve, si sono uniti i componenti; i miei amici e i suoi. Saldi, da allora, in un’amalgama rassicurante, integrante: Ramberto Ciammarughi (mio eterno maestro di vino, tra i pianisti più importanti d’Europa, dal naso veloce come le dita), Roberto Quirini, Edoardo Maglio, Filippo e Alberto del Civico 25, il Jack, Jacopo Cossater, Giampiero Pulcini, Capanni, Sposino, Guido e Vincenzo, Luca Santilli di Teatro del Vino, Sara Boriosi e Corazzol. Una Posse…una fottuta Posse del vino, che non smette di crescere.

Con alcuni di loro ci ritroviamo nello Jura; una Francia che non è Francia, dove il muschio non è solo nel Presepe, ma anche nello zerbino di casa.

La complessità massima del vino. Bianchi in ossidazione millimetrica, rossi che sembrano bianchi fatti altrove. Uno spartiacque tra quel posto e il vino che già conosci.

Lui, per la prima volta coi piedi in quei posti, come se fosse un montefalchese a parlar di Sagrantino.

Da lì a breve, inizia la metamorfosi che lo porterà a diventare il “Signor Kurtz”.

Comincia a mettere nelle vigne di altri la sua passione per il vino.

Tira fuori una tecnica che può essere frutto solo di un intuito geniale, o di vite vissute.

Io e Marco Durante assaggiavamo le stesse cose, e lui raccontava già quello quello che avrei capito poi

È già il Signor Kurtz e comincia ad averne coscienza.

Prende delle vigne sui colli di Piegaro, e comincia a fare il suo, di vino.

Etichetta nera, una Kappa bianca.

Va a Beirut, torna e fa un rifermentato col nome della città, che poco dopo esplode (la città). Un giorno mi dice di voler fare dei vini senza uno stile tracciabile…tutta energia; devono esser loro a parlare, e non chi li fa.

Ancora rido. I suoi vini, se lo conosci, li puoi assaggiare bendato e con la bocca di un altro: sono lui.

Vestito di nero, anfibi, pantaloni corti anche d’inverno, barba lunghissima, lo si trova in giro a bere vino, e a parlarne anche senza che ne voglia parlare, perché con lui passi prima per Carrere o Dostoevskij.

Ha una passione (a me inspiegabile) per Battisti. Il reggae non lo smuove minimamente, e questo mi fa pensare che anche i talenti possano avere dei punti deboli.

Vive con l’umano terrore di cosa possa succedere nelle vasche in cui accade il suo vino, come se non sapesse che comunque, sarà un successo.

Credo che questa tensione, questa paura, insieme ai momentanei momenti di rassicurazione, a quelli di stupore, rendano i suoi vini una di quelle cose per cui valga la pena avere un naso e una bocca.

Bevetene.

Il Signor Kurtz è vino.

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Damiano Lunghi

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