IL TINTAROLO E IL VINO DEL CONTADINO, UN MITO DA SFATARE DOLCEMENTE

Nonno Alfredo se n’è andato da parecchi anni. Lo ricordo con grande affetto. Lui e nonna Bruna abitavano nella campagna di Costano, una zona che è rimasta campagna ancora oggi e che per un pelo non si chiama Passaggio di Bettona.

di DAMIANO LUNGHI

La loro casa era la porzione di un vicinato del ‘700. La fauna umana che lo popolava, interessantissima.

Peppino, in perenne tenuta azzurra da meccanico e cappello di Petrini in testa.

Antognino, piccolo, credo centenario già da un pezzo, col sigaro sempre in bocca, al posto dei denti. Spesso, d’estate, i miei mi lasciavano a razzolare lì, insieme a gatti e galline, e le serate finivano fuori casa sua, su una panca poggiata al muro, una tettoia approssimativa fatta di vite, e una marea di lucciole tutte intorno.

La moglie (Marietta) gli dava del voi. Lui, del tu.

C’erano altri contadini, con ai lobi degli orecchini di pietra celeste. Allora si diceva che indossarli scacciasse il maligno. Nonno Alfredo, mischiata nell’orto e nel campo, aveva una vigna con impiantato grechetto, uva pecorina, merlot e tintarolo. E credo qualche vernaccia. Io me lo ricordo il Tintarolo.

Acini piccolissimi, poca polpa, e buccia spessa. Mi faceva strano mangiarla, dopo aver tolto quelle due dita di verderame che avvolgevano ogni acino. Serviva per dare colore (e da qui, ovviamente il nome). Il tintarolo era il suo asso nella manica, e di chi (come lui) pensava fosse il colore a conferire pregio al vino. “Più è nero e più è bono”.

Mio nonno faceva un vino terrificante, a detta di tutti tranne sua e di mia nonna, condizionata da roccioso e acritico amore, che ha continuato a berlo anche quando non era più neanche aceto.
Era il vino del contadino che sfatava il mito (sbagliato) del contadino.

Mito che lo vede come scrigno dell’artigianalità, riserva della tradizione. Ma de che.

Mio nonno, come molti altri, ha cavalcato l’avvento della chimica come un pusher al parcheggio di una discoteca.

Il contadino non è sempre saggio, ma abilissimo nel cercare la strada più breve per arrivare da A a B. Ovviamente, queste “peculiarità produttive” non mi impediscono di ricordare con emozione (altissima) quei momenti passati con lui nella cantinetta, davanti alla botte.

Lo spago liso e dondolante che teneva la farfallina di ferro che apriva il rubinetto.

E io e lui sotto col bicchierino di vetro. Il mio, riempito solo a metà, finiva spesso su una fetta di pane, insieme allo zucchero.
Credo fosse l’escamotage più adottato dai nonni per far avvicinare i nipoti al vino.

Efficacemente, direi.

E poi mi passava il palmo della mano aperta davanti al viso, dall’alto verso il basso, e a contatto col naso diceva: “Di qui va giù, di qui ‘nciampa”.

Accanto, il freezer sempre ricco di sofficini, pipe gelato Stocchi e coppette limone e fragola. Che tempi, quando al vino del contadino si permetteva pure di far schifo…

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FB/@osteria12rondini

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Damiano Lunghi

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