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Ilaria Margutti – L’anima nel ricamo

Ilaria Margutti ritratto pre the mag
2 min.

Ilaria Margutti scava nel profondo dei suoi soggetti, soprattutto femminili, partendo dalla superficie dei corpi e lasciando spazio anche al fascino dei misteri che celano. Per farlo utilizza tecniche nuove e allo stesso tempo antiche.

Nel suo laboratorio di Sansepolcro Ilaria Margutti ricama sulle tele ritratti introspettivi; col filo disegna trame imprevedibili che si trasformano in volti e corpi, dietro i quali si nascondono storie impossibili da raccontare fino in fondo…

di Claudia Belli – foto Molotovstudio

Quando è cominciato il tuo percorso artistico?

«Sono diplomata in pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze, prima sono stata studentessa dell’Istituto d’Arte di Sansepolcro, frequentando il corso di tessitura e stampa. Nel 1996 ho iniziato a esporre dipinti, poi dal 2008 ho abbandonato la pittura per dedicarmi completamente al filo e al ricamo.

La mia vera evoluzione è stata quella di passare dalla tela pittorica a quella ricamata. Che ha una possibilità in più: la conquista dello spazio, perché il filo lo può occupare».

Ecco: come sei arrivata all’ago e filo?

«Ho sempre lavorato su tematiche esistenziali, nelle quali il corpo è spesso protagonista. La tela è per me la metafora della pelle che ho iniziato a rammendare: dapprima ferite, poi le tracce lasciate dalle esperienze della vita.

Sono approdata al ricamo abbandonando la pittura, perché sentivo che dovevo superarla, staccarmi dalla sua bidimensionalità che percepivo come un limite.

L’incontro con una ricamatrice, diventata la mia maestra, mi ha permesso di scoprire il fascino del filo».

Cosa rende questa tecnica così affine a ciò che ti sta a cuore?

«Ricamare è una forma di tessitura  di origine antichissima, è un insieme di discipline nate dalla necessità di coprirsi; allo stesso tempo è un’attività associata alle donne. In passato era il modo per riunirsi, narrare e tramandare le tradizioni ai figli.

Molta della letteratura femminile parte proprio da questo tipo di aggregazione che frequentemente permetteva alle donne di imparare a leggere e scrivere di nascosto.

Per questo spesso rappresento donne, ma non mi riferisco unicamente alla problematica femminile; la mia ricerca si rivolge all’umano in generale, alla relazione con se stessi e con l’altro».

Tu fai un uso davvero personale del ricamo, come se assumesse dei significati particolari…

«Rappresenta il tempo e l’attesa. Mi piace pensare che mi sto prendendo cura di una guarigione, amo il suono dell’ago quando trapassa la tela e il filo che la scorre; guardare il retro del tessuto dopo che è finito e scoprire che mi sta dicendo altre cose.

Rappresenta l’energia che filtra attraverso la costanza del gesto nella sua ripetitività.

Ricamando si diventa forti perché è una disciplina che mette in gioco sia il corpo che la mente: è come una continua performance, nella quale è possibile mettere alla prova i propri limiti».

Alla vita di artista unisci quella di insegnante, c’è un legame tra questi due aspetti?

«Per me sono due ruoli inseparabili. Insegnare Storia dell’Arte ai giovani, trasmettere loro il pensiero degli artisti e delle opere, è un privilegio che mi permette di rimanere in connessione con l’arte, continuando ad ampliare le mie conoscenze; allo stesso tempo attraverso la mia esperienza, cerco di dare agli alunni la possibilità di vivere la Storia dell’Arte più da vicino, non solo come una materia da imparare, ma da capire e amare, infondendo la passione e la necessità per lo studio».

Il 2017 sarà un anno ricco di impegni, cosa ti aspetta?

«Sto preparando una collaborazione con la galleria Nardi Arte di Roma per una personale a novembre. Altre collaborazioni stanno prendendo forma per collettive sul territorio nazionale.

Da qualche anno a Sansepolcro sto portando avanti il progetto “Casermarcheologica” assieme ad altri giovani della Valtiberina per la diffusione e il sostegno delle arti visive, che partirà a luglio 2017. Questo progetto è vincitore del bando Culturability e ha ottenuto un finanziamento da parte della fondazione Unipolis».

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