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John Densmore – Rockstar della porta accanto

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2 Min. - tempo di lettura

John Densmore (dei leggendari The Doors) a Città di Castello

Quando si parla di leggende della musica saltano fuori sempre quei quattro, cinque nomi… e quando si sentono nominare Elvis e Lennon, Dylan o Jim Morrison, si pensa alle nuvole, se non allo spazio e ai pianeti. Impalpabili per eccellenza, perché troppo grandi, troppo mitici, troppo di tutto!

Poi una tarda mattina di aprile, in un caffè tifernate, tra le sparute signore con la busta della spesa e i bambini che impennano in bici, si nota un signore con occhiali tondi e capelli bianchi raccolti in un piccolo codino.. Santo cielo! Cosa ci fa John Densmore, il batterista e fondatore dei The Doors in Piazza di sotto? Il mio amico mi riporta alla realtà, dicendomi che all’Università per Stranieri si sarebbe tenuto un incontro importante su Jim Morrison dove ci sarebbe stata musica, un film e il racconto di alcuni “protagonisti”.

Rifletto un attimo e mi torna in mente di aver letto che i reduci del leggendario gruppo si erano cacciati in una delle più grandi cause legali del rock: appunto l’eredità di Morrison, le sue canzoni e le sue poesie, che Ray Manzarek (il tastierista) voleva vendere alle pubblicità di grosse multinazionali per decine di milioni di dollari, mentre Mr. Densmore disse pazzamente “no”. Il processo ha fatto molto parlare in Usa se gente come Tom Waits, Eddie Vedder e Jay Z si sono schierati con lui.

Impietrita dal timore di disturbarlo, magari con una domanda in pessimo inglese e la faccia da idiota, desisto dall’impresa. Avrei saputo l’indomani che John aveva visitato i Musei Burri e che di fronte ai “cretti” avrebbe esclamato “Hey! This is Death Valley!”, cogliendo nel celebre deserto americano la fonte di ispirazione del maestro, lo stesso dove i The Doors, più o meno nello stesso periodo, concepirono pezzi che cambiarono per sempre la musica pop.

Sentendolo un po’ più vicino e quasi “castellano” dopo gli “scoop” raccolti tra i tantissimi fan che pigiano le porte dell’Università, ecco che arriva il momento: lo scortano poliziotti tra i flash dei fotografi e gli applausi e le urla dell’Aula Magna esclama “Buonasera mi chiamo Marcello Mastroianni!” (anche i miti hanno miti!).

Leggo che l’incontro, in esclusiva nazionale, è ideato dall’associazione “Altotevere Live”, “in un luogo votato al confronto internazionale”: allora ringrazio mentalmente Giuseppe, Luca e Gianluca, i tre ragazzi tifernati che hanno organizzato tutto, a così pochi passi dalla mia camera e dalle mie fantasie! E che atmosfera: John scherza, legge, recita, e addirittura suona accenni di The End, Light my fire e Riders on the storm, spiegando il dietro le quinte di quei fantastici pezzi di quattro ragazzi che al sole della California preferivano la notte e l’avventura. C’è una sorpresa inaspettata, i “Collettivo Ginsberg”, tutto fuorché una cover band, che sfornano una versione meravigliosa della suite poetica di Morrison, The Celebration of the Lizard, in un Italiano che ne risalta liriche e metafore.

Ma eccoci al clou: John ritorna sul palco e ricorda come la musica dei The Doors sia un’eredità unica e “senza prezzo” per cui, proprio come professava Jim, la musica non si può vendere agli spot di automobili o altri prodotti. Un “no” ai soldi facili, ma anche uno straordinario insegnamento a mantenersi liberi di fronte alle tentazioni, alle scorciatoie e in definitiva a tutto ciò che appiattisce la creatività. Un momento intimo, pur condiviso con tanti ragazzi, che avevano probabilmente un’altra percezione dei The Doors e del mito di Morrison e che ora ne conoscono dall’interno il senso di integrità artistica.

Quando John si siede prendendo un bongo africano, la voce pungente intona An American Prayer: una “preghiera” felice per chi ha segnato un’epoca e continua a risplendere nei cieli, tra i pianeti… e, sì, a quanto pare, anche negli angoli dell’Umbria!

Francesca, Università di Perugia

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Pubblicato da

Redazione di the mag

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