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Kate Tempest – MANGIANDO CAOS

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L’ultima opera di Kate Tempest si chiama  «Let them eat chaos»: è un disco, un poema da leggere a voce alta come chiede l’autrice all’inizio del libro

Kate Tempest e la sua band hanno portato quell’opera in giro per tutto il mondo, inclusi i trionfali concerti alle ultime edizioni del festival di Glastonbury e del Primavera Sound di Barcellona. Eppure tutto è partito da Civitella Ranieri, qui dalle nostre parti, ben prima di Glastonbury e Barcellona: è lì che, nel 2015, Kate Tempest – poetessa, drammaturga, scrittrice, performer, rapper, ragazza – ha creato Let them eat chaos, poi pubblicata sia in forma di album con la band, sia come libro, quasi fosse il libro fosse il libretto d’opera dell’album.

E ora, poco più di due anni dopo, è proprio in Alta Valle del Tevere che dice di chiudere quel cerchio. Prima di cominciare la sua performance solitaria e integrale del poema sul palco del Teatro degli Illuminati di Città di Castello (evento nato da una collaborazione fra Civitella Ranieri Foundation, CaLibro Festival e Libreria Paci-La Tifernate), Kate Tempest ha infatti annunciato che sarebbe stata l’ultima volta che lo avrebbe fatto. E che ultima volta.

Fin dal momento in cui quella ragazza dei sobborghi londinesi ha fatto risuonare l’incipit di fronte al pubblico che affollava il palco e la platea del teatro (Picture a vacuum / An endless and unmoving blackness…, Immaginate un vuoto / Un buio immobile e senza fine), si è instaurato un clima di attenzione curiosa e di solennità ieratica a un tempo.

La densità dell’interpretazione di Kate Tempest – che passava senza soluzione di continuità dalla declamazione al tono dello spoken word fino al ritmo del rap, e ritorno – era tale da inchiodare anche chi non riusciva a cogliere tutto quel che il suo inglese serrato e dall’accento est-londinese lasciava intendere a noi anglofoni della domenica.

La performance è durata intorno ai quaranta minuti, lasciando a tutti l’impressione di un evento unico: unico nel senso di virtuosamente straniero, meravigliosamente strano e felicemente straniante. E il tutto fino a quella supplica finale, ripetuta più volte: Pleading with my loved ones to / wake up / and love more, Scongiurando i miei cari di / svegliarsi / e amare di più.

(edizioni E/O, traduzione di Riccardo Duranti)

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Pubblicato da

Redazione di the mag

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