Kempenaers e l’eredità dei monumenti

Con un lento ritorno alla normalità, molti di noi hanno sentito il bisogno di uscire e intraprendere lunghe passeggiate, preferendo contesti naturali a quelli urbani.

di Lorenzo Martinelli
Lorenzo Martinelli

Talvolta passeggiando anche negli ambienti più incontaminati ci imbattiamo in strutture cementizie o in laterizio completamente abbandonate e avvolte dalla vegetazione.

Spesso questi ritrovamenti che Gilles Clément ricondurrebbe al suo “Manifesto del terzo paesaggio” sono case o strutture industriali facilmente riconoscibili pur nella loro rovina.

Altre volte invece queste strutture, ormai ridotte a scheletro, sono incomprensibili, residui di un antico processo umano ormai dimenticato.

Un artista belga di nome Jan Kempenaers (1968) durante un viaggio nei paesi dell’ex blocco URRS (In particolare nei Balcani) ha deciso di documentare fotografandoli, tutti quei monumenti eretti dal regime sovietico in luoghi inaccessibili.

Questi monumenti testimoniano la storia da un lato, ricordando un passato estremamente vicino ma sociologicamente distante e dall’altro testimoniano la noncuranza dell’uomo verso la natura; questi monumenti sono stati eretti distruggendo ed inquinando per sempre un paesaggio.

Si tratta di enormi strutture, in cemento armato, erette in brevissimo tempo a memoria di conquiste eroiche di un regime che ha governato questi paesi per meno di mezzo secolo.

Strutture dalle forme grottesche a metà fra il Brutalismo e il Surrealismo che attirano l’attenzione e l’immaginazione di chi passando di li le osserva.

Guardando le foto raccolte nella pubblicazione Spomenik, mi viene da pensare alla fortezza di Arezzo o di Sansepolcro, monumenti eretti dai medici contro le città stesse che le ospitano, grandiose dimostrazioni di potere per soggiogare e intimorire un popolo sfoggiando le proprie conquiste e le proprie prodezze.

Kempenaers è stato per me una piacevole scoperta, non l’ho mai visto nelle fiere ne in contesti artistici eppure il suo lavoro ha catturato la mia attenzione e la mia immaginazione, le sue fotografie, hanno un’aura di tranquillità e di profonda inquietudine, una sensazione già di per se difficilissima da ottenere con ritratti fotografici; impossibile, pensavo fino ad oggi, da ottenere con una fotografia che documenta un paesaggio.

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Lorenzo Martinelli

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