La vita è quella cosa che accade quando non siamo sui social

La prima volta che la parola JOMO ha fatto la sua apparizione correva l’anno 2012. Si tratta dell’acronimo di “Joy Of Missing Out” e lo tirò fuori dal cilindro lo scrittore e imprenditore Anil Dash.

di Andrea Luccioli
Andrea Luccioli - ritratto in bianco e nero
Andrea Luccioli

Poi divenne anche il titolo di un libro di Christina Cook e una specie di filosofia di vita. JOMO, in sostanza, rappresenta uno stato d’animo, una predisposizione: descrive quella sensazione di gioia che si prova nel fare (o non fare) qualcosa nella consapevolezza di perdersi qualcos’altro.

È il contrario di FOMO, che invece è Fear Of… la paura di perdersi qualcosa, soprattutto se legato alla galassia social media.

I “seguaci” dello JOMO sono felici di rimanere a casa, magari sul divano, senza sentirsi in colpa per essersi persi un evento organizzato, qualcosa a cui – secondo i social – bisognerebbe invece presenziare a prescindere.

Rappresenta anche l’idea, ora più che mai da recuperare, di godere delle piccole cose.

Magari dicendo addio a una forsennata ricerca di innumerevoli esperienze da mettere in agenda.

Senza sosta, senza riposo. E spesso, senza gioia.

Questo mondo delle infinite possibilità, che i social network hanno ampliato all’ennesima potenza, sta diventando una trappola.

E lo è ancora di più ora che siamo usciti dal secondo grande lockdown per goderci un’estate su cui, in lontananza, si addensa la nera ombra della variabile Delta.

Nei mesi scorsi, infatti, l’utilizzo della tecnologia – che nel 2020 è stato il collante per una comunità impaurita e bisognosa di sentieri unico corpo senza corpo – è diventato ancora più massivo, vorticoso, ma soprattutto portatore di un senso di frustrazione e stanchezza i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti.

Non ne possiamo più.

Abbiamo lavorato smart da remoto, abbiamo presenziato agli aperitivi online, siamo stati in conference su Zoom, ci siamo annoiati su Skype e non abbiamo potuto direi di no a una videocall con qualche amico.

In pratica non ci siamo mai staccati dai nostri device dell’iperconnessione psicofisica: li abbiamo utilizzati per tutto, il lavoro, gli amici, l’amore e anche la disperazione.

Uno sfinimento totale.

Ora che siamo tornati a vivere all’aperto, che possiamo passare tutta una notte in giro e addirittura dimenticarci la mascherina, abbiamo un obbligo verso noi stessi: staccarci dalla frustrazione tecnologica, dall’ansia da Stories, dal bisogno compulsivo di far vedere dove siamo, con chi siamo e cosa stiamo facendo.

Ce lo dobbiamo, veramente. Senza preoccuparci degli effetti, di quello che accade nell’altrove online, perché in fondo l’unica vera perdita possibile è ciò che non stiamo vivendo perché persi nel rincorrerci sui social.

Lo so, detto da uno che sui social ci lavora, fa uno strano effetto, ma prima ancora di scriverla qui,  ho provato a fare pienamente mia questa riflessione.

Anche con l’impegno, nel futuro prossimo, di essere molto JOMO e poco FOMO.

L’altro consiglio per l’estate, invece, è smaccatamente di parte: portate con voi questo nuovo numero di The Mag, vi farà compagnia e vi darà qualche spunto.

Anche per scegliere l’evento giusto dove andare a passare il vostro tempo buono, evitando di cliccare “parteciperò” a qualsiasi invito che vi passa davanti su Facebook e poi rimanere poi con quella antipatica sensazione di esservi persi qualcosa.

Buona estate!

la firma autografa di Andrea Luccioli

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Andrea Luccioli

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