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Le nostre vittorie

8 min.
The Mag 18 - Le nostre Vittorie

The Mag 18 – Le nostre Vittorie

Articoli a cura di Cristina Crisci e Marco Polchi – Foto Emanuele Vanni – servizio Mokacomunicazione

FRED MORINI

«Ho vinto il mio Tour de France»

Fred Morini - the Mag 18

Fred Morini – the Mag 18

In bicicletta. In un caldo pomeriggio di fine estate Federico ”Fred” Morini arriva in redazione in sella alla sua «Bianchi specialissima», accuratamente serigrafata con l’itinerario dell’ultimo viaggio. Agile, scattante, sale la scalinata come se stesse percorrendo un Gran Premio della Montagna in piedi sui pedali. Si vede e si sente che le due ruote ce le ha proprio nel sangue. Quelle due ruote che lo hanno portato in alto, a gareggiare con il team professionistico Bianchi-Gerolsteiner al fianco dei corridori più forti dei primi anni duemila. Poi ecco due bruttissimi infortuni, il primo dei quali ne ha compromesso la carriera: «Giovane, nel pieno delle forze e con un importante contratto firmato, la mia vita cambiò in un momento. Fu un dramma», racconta sinceramente Fred. Che però non si è mai lasciato andare, rimettendosi sempre in sella dopo lunghi periodi di degenza. E così ha fatto quest’estate, quando per beneficenza ha percorso 2.500 chilometri da Milano a Stoccolma dove è arrivato dopo aver attraversato Italia, Svizzera, Germania, Danimarca e Svezia «con grande gioia ma anche grande sofferenza». Ci racconta di questo, Fred, ma anche di tanto altro.

Partiamo dalla tua ultima impresa «Ride across Europe for children»: perché lo hai fatto?
«L’ho fatto per due motivi: il primo è quello di riprendermi una rivincita contro la malasorte che mi ha fatto toccare il fondo per un paio di volte; volevo affrontare un’esperienza forte, a cui già pensavo quando ero in clinica. Desideravo un punto di riferimento che mi desse la forza di fare fisioterapia, esercizi, riprendere padronanza di me stesso. Era come se dovessi affrontare una gara normale…».

E il secondo?
«È stato quello di voler fare qualcosa per gli altri, non solo per me. Dopo aver visto situazioni molto complicate in ospedale, come bambini in difficoltà e famiglie alle prese con cure anche molto costose, mi sono messo in testa di raccogliere dei fondi, a favore della Fondazione dell’Ospedale Pediatrico Meyer e della Fondazione per l’Infanzia Ronald McDonald Italia, che possano aiutare chi ne ha più bisogno».

Da Milano a Stoccolma, sensazioni all’arrivo?
«Come quando ho ricevuto la prima maglia azzurra della nazionale: una grandissima soddisfazione, quasi indescrivibile. Da sportivo ho vissuto le ultime due ore che mi hanno accompagnato nel centro di Stoccolma come se stessi per vincere il Tour de France, con il telefono che squillava per chiamate e messaggi».

Hai avuto due gravi infortuni, però hai sempre avuto la forza di rialzarti…
«Lo sport in questo è una grande scuola di vita. Se lo fai con grande passione trasmette tanto, insegna splendidi valori, tra cui saper soffrire in silenzio e rialzare la testa quando sei nel momento più difficile della tua vita. Quello che ho avuto è stato devastante per certi versi ma comunque una grande esperienza di vita, devo ringraziare lo sport perché mi ha fatto accettare la sconfitta e ripartire per vittorie future, anche più belle».

Sei stato ciclista professionista, chi è il corridore più forte che hai incontrato?
«Ho vissuto in anni difficili per il ciclismo, in cui si parlava tanto di doping anche se facendo parte di una squadra seria, la tedesca Gerolsteiner, eravamo molto controllati; nonostante questo ho corso con i più forti, da Pantani a Cipollini ad Armstrong, Ullrich.. un campione che però mi ha sempre colpito è Laurent Jalabert, aveva grande eleganza sia in bici che come uomo».

La tua impresa è stata documentata anche da Sky…
«Sì, Sky ha raccontato il viaggio e ne ha fatto uno speciale andato in onda a fine settembre. È stato possibile perché hanno seguito il mio periodo di ricovero attraverso i social, si sono instaurate delle amicizie anche a livello giornalistico che passo dopo passo hanno permesso di creare questo docu-film. Sky voleva mandare un messaggio alle persone comuni, far vedere che tutti si può reagire pur vivendo dei momenti molto brutti».

Continui a lavorare per la Bianchi, ma nel tuo futuro cosa bolle in pentola?
«Con Bianchi ho un lavoro molto bello legato al marketing e alla comunicazione, poi sto pensando di costruire un altro evento a scopo benefico e proprio con Sky è nata la possibilità di lavorare a una trasmissione dai contenuti sportivi. Nella vita ho imparato che bisogna fare sempre nuove esperienze: non mi tiro in dietro, né ora né lo farò in futuro».


Andrea Vescovi

Fino all’ultimo piattello

Andrea Vescovi - the Mag 18

Andrea Vescovi – the Mag 18

Tenacia, talento, sacrificio e mira. Davvero una mira infallibile. Andrea Vescovi è semplicemente un insieme di tutto questo, una totalità di caratteristiche e pregi che lo hanno portato a diventare un campione di Double-Trap (tiro a volo con due piattelli per volta). Pur giovanissimo, ventuno anni ancora da compiere, Andrea ha già vinto molto: un Mondiale Junior nel 2014 e le Universiadi in Corea del Sud nel luglio di quest’anno. Un fenomeno nello sport, ma anche un ragazzo semplice, che vuole laurearsi «perché bisogna pensare anche al dopo», appassionato di moto «sopratutto da cross» ma sempre con quel sogno in testa: «Voglio le Olimpiadi».

Da dove deriva la passione per il double-trap?
«È un qualcosa di genetico che mi ha trasmesso mio padre, sparava anche lui,  poi ha interrotto quando sono nato io: un po’ un passaggio di consegne. Fin da piccolissimo guardavo i fucili che aveva tenuto in armeria, così piano piano mi sono avvicinato a questo sport, ho iniziato a praticarlo e il resto è venuto da solo…».

Quindi, se ho capito bene, hai cominciato che eri un bambino..
«Sì, avevo dieci anni! Le prime gare sono arrivate a tredici. Fin da subito ho dovuto fare dei sacrifici, come rinunciare alle vacanze estive in pratica, ma non mi pesava perché l’unica cosa che volevo fare era sparare. Poi il tutto sì è trasformato in lavoro, mi ha contattato la Polizia e sono entrato a far parte delle Fiamme Oro dal terzo superiore».

Il tuo viene spesso considerato uno sport minore…
«Purtroppo in Italia si mangia solo con il calcio, preferiscono far vedere in tv la serie D brasiliana invece di una nostra gara, magari all’estero, magari una Coppa del Mondo. Dispiace e io faccio fatica ad accettarlo, anche perché portiamo a casa tantissimi riconoscimenti: ad esempio alle ultime universiadi su 40 medaglie, 12 ne abbiamo vinte noi!».

Com’è la tua giornata?
«C’è il lato tecnico in cui si spara, poi c’è quello atletico ovvero la preparazione fisica, fatta di palestra e aerobica. Inoltre ci alleniamo molto a livello mentale, ed è importante essere forti sotto questo aspetto perché le gare si decidono sempre all’ultimo piattello, quindi il livello ci concentrazione e calma deve rimanere altissimo».

Studio e sport, come li concili?
«Studio Scienze motorie a Urbino, ma per adesso è difficile incastrare il tutto tra gare, spostamenti e allenamenti, poi, facendo parte della Polizia, trascorro diverso tempo a Roma in caserma, quindi è complicato… studiare (sorride, ndr)!».

Mi racconti l’emozione di una vittoria?
«Ti dico… i Mondiali Junior dell’anno scorso a Granada. Quello che ho provato dopo aver colpito l’ultimo piattello, uno in più dell’americano campione in carica, è stata una sensazione irripetibile, fortissima, sentivo il fucile andare al ritmo del cuore, non mi sono nemmeno reso conto, ero in trance; non venivo da un momento sportivamente esaltante ma avevo preparato quella gara nei minimi dettagli. Mi sono detto: “Se mi convocano, vinco”. E così ho fatto!».

Cosa sogni?
«Come qualsiasi atleta, partecipare alle Olimpiadi. E magari andare sul podio. Essere chiamato per le prossime sarà difficile ma io sto cercando di fare il massimo. A Tokyo 2020 avrei 24 anni e sarebbe comunque presto per il nostro sport. Vorrei essere l’eccezione che conferma la regola!».


Annalisa Calagreti

Quanta emozione questa medaglia!

Annalisa Calagreti - the Mag 18

Annalisa Calagreti – the Mag 18

«Sveglia alle 8; alle 9 circa andavo al palazzetto e facevo un po’ di allenamento, poi mi andavo a sedere per vedere la gara degli altri, avanti così fino al pomeriggio alle 18 più o meno. Dopo di che si cenava e si stava in camera con le altre»: Annalisa Calagreti racconta la sua giornata tipo durante la gare in Georgia con la Nazionale che l’hanno vista dominare i Giochi Olimpici Europei 2015.

«Il giorno della gara ho fatto prima il riscaldamento poi la sfida: ho cercato di stare molto concentrata e lo staff mi ha supportato tanto, sono stati molto gioviali e mi hanno riservato una grande accoglienza: c’era pure lo striscione!». A Tbilisi Annalisa Calagreti, 16 anni, ha conquistato l’ottava medaglia del judo azzurro agli EYOF (Festival Olimpico Europeo Under 18) ed è stata per lei la quinta d’oro. Si tratta di un risultato senza precedenti: gara perfetta quella della sedicenne di Città di Castello della Asd Centro Judo Ginnastica Tifernate, quattro match vinti per Ippon, senza un tentennamento, né difficoltà apparenti, battendo nella finale la campionessa d’Europa in carica.

«È stata una grande emozione per me vincere questa gara – ha detto la Calagreti appena scesa dal podio – La medaglia la dedico a mia mamma, al maestro Augusto Mariotti e ad Alessandra, ai maestri della nazionale e a tutte le persone che mi sono state vicine facendo anche dei sacrifici per me». Laura Di Toma, coach azzurro che assieme a Nicola Moraci ha guidato la squadra a Tbilisi ha detto: «Il mio commento per questi strepitosi ragazzi italiani è il motto di questi EYOF: Step to the Future! Ma che l’auspicio non sia solo per loro…». Il grande risultato di Annalisa ai Giochi Olimpici Europei 2015 è stato festeggiato nella sua Città di Castello in concomitanza con la ripresa ufficiale dei corsi del Centro Judo: nei locali del club si è svolta una breve, ma intensa cerimonia di premiazione per la Medaglia d’Oro.

Sono intervenuti oltre agli atleti e amici dell’associazione, il presidente del CONI Umbria Domenico Ignozza, il presidente della FIJLKAM Umbria Massimo Bistocchi, il presidente CSEN Umbria Fabrizio Paffarini, quello del Panathlon Valtiberina Giuseppe Rossi, il Comandante della Stazione Carabinieri Fabrizio Capalti e il delegato provinciale FIJLKAM di Terni Pietro Mellone. Il presidente del CONI in questa sede ha ufficializzato che Annalisa è stata scelta come «Testimonial dello Sport», nell’iniziativa che coinvolge le scuole dell’Umbria. A Sansepolcro (Arezzo) il Comune ha inoltre voluto come ospite d’onore la giovanissima atleta nel «Galà dello Sport». Brava Annalisa!


Gianpietro Zanchi

«Ma che meraviglia la Vita»

Gianpietro Zanchi - the Mag 18

Gianpietro Zanchi – the Mag 18

Gianpietro arriva per scattare la foto di copertina ed è felice. Di una felicità che diventa subito molto contagiosa e altrettanto piacevole da condividere. Nella sua borsa ci sono numerose medaglie che, appese al collo suonano di una musica che fa sorridere: sono trofei di gare e competizioni che ha vinto da quando, a 9 anni, ha iniziato con la ginnastica artistica.

Adesso Gianpietro ha 19 anni, tra qualche mese andrà ai Campionati italiani e ad altre gare internazionali e quest’estate ha partecipato ai Giochi Mondiali Special Olympics di Los Angeles. Era nella Delegazione Italiana composta da 101 atleti, che hanno preso parte dal 25 luglio al 2 agosto alle Olimpiadi sfidandosi nelle varie categorie. Una convocazione, nella disciplina della ginnastica artistica, non arrivata per caso, ma frutto di un lavoro costante, un lungo percorso in cui lo sport ha avuto un ruolo importante nella sua crescita e nella formazione del suo carattere. «Ci sono andato da solo a Los Angeles, poi la mia famiglia mi ha raggiunto insieme ad altri per seguirmi nelle gare, ma io sono stato sempre con la squadra – racconta – è stata un’esperienza interessante e mi sono divertito e anche stancato.

L’America mi ha sempre affascinato e ho provato molta soddisfazione a poterci andarci da atleta, in rappresentanza del mio paese. Mi sono allenato per affrontare le gare con la giusta concentrazione, è stato emozionante sentire gli applausi di tante persone che ti guardano». Giampietro vive con i genitori e i suoi due fratelli a Città di Castello, la sua storia l’ha raccontata quest’estate la mamma, che è di origine giapponese: «Quando è nato – racconta – i pediatri non hanno subito riconosciuto il suo problema. Hanno pensato che era un neonato con occhi a mandorla e con una grave ipotonia; ci sono voluti ben 14 lunghi giorni per scoprire la presenza di un cromosoma in più. Come tanti altri ragazzi con la Sindrome di Down, ha affrontato due interventi al cuore.

Quando era piccolo era talmente debole che tantissime volte abbiamo dovuto sentire: ‘Questo bambino non passerà la notte’. Ma che meraviglia la vita! Il nostro bambino debole è diventato un ragazzo forte, spiritoso e anche un po’ vanitoso. Ha sempre creduto in quello che faceva e noi come genitori lo abbiamo stimolato e supportato in ogni genere di attività, sia scolastica che sportiva».  Gianpietro studia, ha dato la maturità quest’anno «e con lo stesso impegno svolge settimanalmente gli allenamenti, si rifà il letto, aiuta nelle quotidiane faccende di casa. Pensa che impegnandosi tanto quando sarà grande, così dice lui, non sarà più Down, potrà abitare da solo, guidare l’automobile come suo fratello maggiore e magari tornare a Gardaland per andare sulle montagne russe dove una volta non l’hanno fatto salire.

Lui è normalissimo: piange, ride, soffre e sogna come noi. Gli dico – prosegue la madre – che rimarrà sempre un ragazzo con Sindrome di Down, ma che ha un cromosoma in più e non in meno, quindi sarà sempre migliore, che è come gli uomini evoluti di X-Men».

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