Le note di libertà e amicizia del pianista sull’oceano delle nostre montagne

Dalle Dolomiti ai Sibillini, la scelta di vita del giovanissimo Omar Conti: salire in quota a bordo del suo amico Maggio-Lino rosso e improvvisare concerti per pianoforte e violoncello davanti  a turisti e sconosciuti

TESTO: Maria Vittoria Malatesta Pierleoni
Maria Vittoria M. Pierleoni

Omar Conti ha gli occhi verdi liquidi di chi sogna anche e soprattutto da sveglio e i capelli spettinati dalla voglia di inseguire i suoi sogni. Riconoscerlo tra gli alberi di un bosco o una radura in quota è facile: benché non annunci mai il luogo e l’orario in cui si esibirà, lui ti capita davanti per magia come tutte le cose belle. Che siano i monti delle Dolomiti o i Sibillini, le sponde del lago di Fiastra, le gole del Furlo o l’altopiano di Norcia, basterà seguire, come in preda alla versione più contemporanea dell’incantesimo di Hamelin, le note dolcissime di musica classica o inedita per trovarselo di fronte. Note che escono dal pianoforte sapientemente incastonato dentro Lino, un Maggiolone Volkswagen del ’73 dall’acceso color vermiglio – mezzo bizzarro e impossibile da non notare per il curioso contrasto che crea con la natura che fa solitamente da sfondo – o dal felice incontro tra archetto e violoncello, gli altri due compagni di viaggio di Omar.

Regalare la sua musica alla Natura è il mestiere che Omar Conti, classe 1994 di Fossombrone, neolaureato in Design dei trasporti all’Università di Torino, ma anche musicista autodidatta e compositore, ha deciso di cucirsi addosso riassumendo nella professione di “pianista sul maggiolone” il progetto di una vita che intreccia le tradizioni di famiglia, il filone di studi universitari, l’amore per la musica e l’anelito alla libertà che arriva fino alle vette delle montagne.

A due anni dall’uscita del suo primo album, lo incontriamo a Bolognola per sapere qualcosa in più su questo vivere da artista itinerante a bordo del magico Lino.



Da studente di Design dei Trasporti allo IAAD di Torino a “Pianista sul Maggiolone”, cosa è scattato in Omar per un cambio di vita così radicale?

“È il frutto di un lungo percorso. Vivo in campagna e ho avuto da sempre un contatto con la natura e la musica di un certo tipo. Sono un musicista autodidatta, ho imparato a suonare per puro piacere e riconoscevo l’importanza per me di portare alcuni generi musicali, con questi strumenti nella natura, in particolar modo nella montagna. Quando già al secondo anno di università mi avevano prospettato un lavoro che mi avrebbe tenuto relegato dietro ad una scrivania, sono andato in crisi perché non ci sarebbe stato abbastanza spazio per la creatività. Sono così tornato a casa e mi sono preso un anno sabbatico per riprendere i miei amori tra le mani. Qui è venuta fuori la reale necessità di avere una macchina tutta mia, d’epoca in particolare. Volevo avere la mia indipendenza nel viaggiare con degli strumenti musicali. Trovai il maggiolino in un concessionario vicino e nonna me lo comprò subito. Non mi aspettavo certo che avrei perso così tanto la mano con questo progetto!”.

Un’auto per amica, è il caso di dirlo! Perché hai scelto “Lino” come compagno di viaggio?

“Il suo arrivo è stato il tassello principale di un puzzle gigante che andava a toccare tanti aspetti della mia vita. Letteralmente, una mattina mi sono svegliato ho sentito la potenzialità del maggio-Lino per partire in questo progetto. Sia per come sarebbe stato semplice allestirlo con la strumentazione, sia per l’idea visiva che avrebbe potuto creare: quella di un musicista insieme ad un’altra entità che prende vita e che va al di fuori del comune mezzo di trasporto. Se non fosse per Lino, credo proprio che non mi sarei spinto così in là. Mi dà energia per andare avanti, qualcosa che basta anche solo guardare avanti, per stare bene”.

Sei arrivato fin sulle Dolomiti a portare le tue note con Lino, che è diventato una specie di amuleto. Come è stato allestire un Maggiolone come “macchina da concerti sui monti”?

“Credo che trasformare un’auto di questo tipo in una casa sia qualcosa di innovativo per l’ottimizzazione degli spazi per gli strumenti e per vivere viaggiando. Personalmente poi c’è tutto il bagaglio di una vita: dall’aiutare mio nonno a tagliare la legna, all’attaccare due fili con mio padre, poi la scuola di design dal punto di vista progettuale: tutto mi è stato molto utile per costruire la veste estetica e funzionale del maggiolino. Convertire Lino in un piccolo camper mi dà la libertà di poter allestire la mia strumentazione in poco tempo e poter scegliere i posti in cui dormire senza andare per forza nei campeggi, aggirando anche alcuni limiti in termini legali come pernottare nei parchi nazionali dove non si può montare la tenda. L’indipendenza energetica ce l’ho grazie al pannello fotovoltaico nel portapacchi posteriore. Idea partita per scherzo da mio padre che è elettricista: il sole in montagna c’è e picchia forte!”.

Qual è il tuo legame con i due strumenti che suoni?

“La mia carriera da musicista è cominciata quando avevo 10 anni con una chitarra con cui ho iniziato ad allenare l’orecchio. Sono arrivato al pianoforte nel 2016, dopo un infortunio sportivo al ginocchio che mi ha portato a cimentarmi tramite video tutorial. Il violoncello invece è arrivato nel settembre di 2 anni fa. Far cadere nelle mie mani uno strumento ad arco è stata una conquista: è quello che mi ha sempre maggiormente colpito in un’orchestra. C’è tutto un altro contatto con la frequenza della nota che si suona”.

Perché hai scelto di suonare in mezzo ai monti, spesso davanti ad ascoltatori occasionali? Come scegli le “location” dei tuoi concerti?

“I posti non li scelgo, vado veramente a caso. So che vado via ma non so mai con cosa ritornerò a livello di bagaglio umano che creo con chi incontro, una formula che a me piace e anche lavorativamente funziona. Do sempre una previsione di dove sarò ma mai indicazioni precise perché non so neanche io dove andrò finché non ci sarò arrivato, così come vado a sensazione con il repertorio che propongo in base al mood del pubblico che ho davanti, di come io sono in contatto con il posto che c’è. Solo a volte raggiungo i punti più turistici dove si alzano le probabilità di ricevere buoni compensi anche da completo sconosciuto. Tengo alla mia libertà, non condizionata dal pubblico e credo contribuisca ad accrescere il valore dell’esperienza perché non sempre mi si può trovare! Si crea anche una sorta di leggenda mistica un po’ com’era nel ‘Pianista sull’oceano’, da cui anche il mio nome d’arte”.

Come stanno le montagne? Avrai imparato a conoscerle in questo tuo girovagare. Il cambiamento climatico le sta cambiando?

“Siamo figli di questa terra e dobbiamo rispettarla. L’impatto atmosferico che l’uomo ha creato sul Pianeta lo si sente tanto a valle quanto in cima alle montagne: le temperature si sono alzate troppo e la siccità è tremenda. Ho notato inoltre che le montagne sono molto più popolate da quando c’è stata la prima ondata di Covid. Non so bene quali siano i motivi ma mi piace questo ritorno. La montagna offre uno dei contatti più puri con la natura data la sua imponenza”.

Si può vivere di quello che fai?

“Sono intenzionato a vivere solo di questo progetto. Ho imparato che si può stare tranquillamente in spazi lavorativi liberi e sconnessi. Questo progetto nasce da me, ma prosegue grazie alle persone che mi danno la possibilità di portarlo avanti. I miei guadagni sono su offerta libera o su piccoli cachet che ho messo da parte. Accetto per ora quello che arriva, voglio provare con tutte le mie forze a perseguire le vie che portano alla mia idea di felicità ed appagamento. In momenti così particolari a livello umano, sono ricco della socialità che ho avuto da tutte queste persone che mi seguono. C’è una voglia di stare insieme che non ci si immagina minimamente e io nei miei viaggi l’ho percepita tutta”.

Che progetti hai per il futuro?

“Sicuramente di rimettermi a studiare. Gli strumenti che suono sono impegnativi e richiedono approfondimento in vista anche di creare nuova musica per il nuovo album. Faccio un po’ come la natura adesso: mi ritiro per sbocciare di nuovo in primavera”.

INFO

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Maria Vittoria Malatesta Pierleoni

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