Lo stupore davanti alla natura diventa sinfonia, intervista a Max Casacci

Intervista a Max Casacci, fondatore dei Subsonica, per parlare del suo progetto “Earthphonia” in cui ha raccolto i suoni della Terra e degli animali per comporre trame musicali senza l’utilizzo degli strumenti. L’esperienza è stata raccontata in un libro scritto con Mario Tozzi.

Testo: Andrea Luccioli FOTO: Luca Saini
Max Casacci

Il titolo è una dichiarazione di intenti. Parliamo di “Earthphonia”, il nuovo progetto artistico di Max Casacci, fondatore dei Subsonica, autore e produttore musicale che ha realizzato qualcosa di mai visto (e ascoltato prima): ha raccolto i suoni della natura, i rumori, i versi degli animali, gli schiocchi delle radici, per trasformarli in vere e proprie sinfonie senza l’utilizzo di strumenti musicali.

Da qui è nato il libro appena uscito (Slow Food Editore, 18 euro) che include il cd Earthphonia con otto brani e che racconta di questo nuovo approccio e di come si sia stato realizzato tutto il materiale grazie anche al contributo di personalità come Michelangelo Pistoletto, Mariasole Bianco, Stefano Mancuso, Carlo Petrini e il geologo, volto noto della tv, Mario Tozzi. Quest’ultimo non soltanto ha fornito i suoni per costruire un brano sui vulcani ma ha accettato di scrivere una parte importante del libro, quella che dà voce alla natura (aria, vulcani, oceani, montagne, radici, api). Tanti buoni motivi per cui abbiamo deciso di parlare di Earthphonia proprio con l’autore, Max Casacci.

La sostenibilità è un concetto di cui si parla molto e in questo progetto ne abbiamo una splendida declinazione. Da dove è nata l’idea di realizzarlo?
“Seguendo il filo della musica che mi ha portato a esplorare mondi e persone legate allo studio della natura e alla tutela dell’ambiente. Con queste persone ho avuto scambi intensi che mi hanno incoraggiato ad evolvere quella che doveva essere una pura espressione musicale in un’esperienza decisamente più completa”.

Dopo 20 anni di Subsonica ti sei messo a suonare con la natura. Un processo compositivo decisamente diverso, ci racconti come è andata e come hai lavorato le tracce?
“C’è una premessa: negli ultimi dieci anni mi sono spesso occupato di trasformare in musica rumori e ambienti sonori. Tutto è incominciato per curiosità su una antica scogliera dell’isola di Gozo. Durante una vacanza, insieme all’artista visivo e sound-healer Luca Saini (Hatisuara), vengo a conoscenza di rocce in grado di emettere suoni.
Ci mettiamo alla ricerca della località, piazziamo telecamera e microfoni e ci mettiamo a percuotere alcune rocce che in effetti rispondono con curiose sonorità “metalliche”. Al termine della giornata, allineando al computer le varie registrazioni e scoprendo una incredibile intonazione naturale tra le pietre, realizzeremo di avere materiale per un inaspettato brano musicale”.

Bellissimo! E poi?
“Il brano e il video di “Ta’Cenc” (dal nome della località), cattureranno successivamente l’attenzione di Michelangelo Pistoletto che mi chiederà un intervento simile sul fiume di Biella. Ed è stato proprio il Maestro a suggerire la via: mediante “l’artificio” tecnologico, l’essere umano può ritrovare l’equilibrio perduto con l’elemento naturale”.

Cosa è successo dopo?
“Dopo l’installazione “Watermemories”, vengo chiamato a trasformare in musica suoni e rumori del Delta del fiume Po, e poi a realizzare un brano con i suoni degli oceani per “sensibilizzare” sul tema della salvaguardia del mare alla vigilia del decennio indetto dall’ONU. Tutto questo accade mentre il mondo incomincia a chiudersi in casa. E mi ritrovo quindi in una città spenta e paralizzata dalla pandemia a lavorare a contatto con i coloratissimi suoni della natura. È stato in quel momento che ho capito che avrei voluto, perlomeno provare a realizzare un intero album senza strumenti. Solo con i suoni naturali della Terra”.

Hai e avete dato voce e musica alla Terra, e tu cosa hai ricevuto indietro dalla Terra?
“Una più corretta collocazione. La consapevolezza quasi pacificante del ricoprire, in quanto essere umano, un ruolo relativo e quasi marginale al cospetto della complessità e della grandezza della natura. Sembra strano ma percepirsi meno antropocentrici, riesce a infondere immediatamente una sensazione di sereno equilibrio.
Ho anche scoperto moltissimo, grazie alle persone straordinarie che hanno accompagnato questo percorso. Penso a Mario Tozzi che ha scritto metà del libro dando voce in prima persona agli ecosistemi o a Stefano Mancuso, celebre studioso delle piante, che mi ha regalato il suono emesso dalle radici per orientarsi nel terreno. La biologa Marina Mariasole Bianco che mi ha insegnato cose straordinarie sugli oceani, anzi sull’unico grande Oceano a cui tanto dobbiamo. Carlo Petrini, che grazie sua Slow Food ha permesso l’evoluzione letteraria di quella che inizialmente era un’esperienza puramente sonora”.

La sinfonia di Earthphonia cui sei più legato?
“Ogni brano ha una storia a sé. Se devo pensare a due estremi mi vengono in mente “Watermemories” brano sul “fiume” che ha rappresentato la sfida della “prima volta” che ho trasformato i rumori della natura in melodia e tessitura armonica. Una composizione che mi ha insegnato a stare un passo indietro nel processo creativo, e a lasciarmi guidare dalla storia dei luoghi e dall’ascolto dei rumori.
E sul fronte opposto “The queen”, brano realizzato con suoni e rumori dell’alveare. In quel caso ho deciso tutto prima e mi sono fatto raccontare la storia della “regina” delle api. Decidendo immediatamente che avrei celebrato quell’aspetto attraverso un tema di musica “barocca” trasformando il verso della “regina” stessa in una sorta di oboe immaginario.

Questo progetto potrebbe avere una sua dimensione live?
“Certo, nella dimensione del live set elettronico ovviamente. Sto lavorando, anche grazie ai preziosi contributi di Marino Capitanio (che è grafico del libro e autore dei video), ad una declinazione visiva a supporto del live. Ho già avuto modo di fare alcuni esperimenti, anche in spazi solitamente dedicati a concerti più tradizionali, con ottimi risultati. Le persone sono rimaste affascinate dal restare immerse così a lungo in una dimensione sonora costruita esclusivamente con suoni della natura”.

Quanto è importante mantenere alta l’attenzione sul tema della sostenibilità e dell’impatto dell’uomo sul clima?
“La musica è tendenzialmente energivora, lo sono i concerti, le apparecchiature degli studi di registrazione. Ma quasi per compensazione il mondo musicale si sta mobilitando sempre di più a sostegno delle campagne contro il global warming e per la tutela dell’ambiente. Nel mio caso lavorare a contatto con i suoni dei vulcani, delle foreste o degli oceani poteva sembrare una pratica sganciata dal tempo dalle contingenze attuali. Ma proprio estraendo trame sonore dagli elementi della natura sono finito nelle piazze dei ragazzi di Fridays For Future e di Extinction Rebellion, a sostenerli suonando per loro durante le manifestazioni. Oggi scadenze e margini per attuare un cambiamento che deve essere il più possibile globale li conosciamo tutti, per quanto ognuno di noi sia tenuto ad agire nella sfera personale è solo con le grandi mobilitazioni che possiamo riuscire a influenzare la politica, l’industria, e il mercato. Per ottenere il maggior numero di cambiamenti nel minore tempo possibile”.

INFO

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