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Maria Mulas, una vita per la fotografia

Autoritratto di Maria Mulas
4 min.

Conversare con Maria Mulas significa avere da subito l’impressione di trovarsi a uno dei cocktail party milanesi che, a partire dalla metà degli anni Sessanta, la fotografa di Manerba del Garda ha arricchito con la sua presenza e ha reso eterni immortalandoli.

di Maria Vittoria Malatesta Pierleoni

I racconti fotografici di Maria Mulas esposti a Palazzo Inghirami a San Sepolcro in occasione della mostra “La fotografia è il mio pensiero” a cura di Romano Boriosi, racchiudono grazie al sapiente uso del grandangolare 20 mm, le sperimentazioni concettualistiche nel campo della fotografia tra gli anni Sessanta e Settanta e tutto il coinvolgimento empatico dell’autrice con i personaggi da lei inquadrati della Milano che conta.

All’occhio di chi osserva le esperienze di vita, gli scorci urbanistici, le incursioni nel campo della moda, gli slanci degli affetti convogliano la sensazione di emergere dal passato esattamente come quando, in camera oscura, le immagini prendono magicamente in fase di sviluppo.

Ed ecco che davanti all’obiettivo di Maria Mulas sono passati critici d’arte come Lea Vergine, Peggy Guggenheim, personalità del teatro e del cinema come Virna Lisi e Silvana Mangano, Liz Taylor.

Icone della poesia e della letteratura Umberto Eco e Jeorge Borges, artisti come Andy Warrol, Jasper Johns, Keith Haring, Alberto Burri, muse del fashion Paloma Picasso e Miuccia Prada, solo per citarne alcuni.

E’ora di fare qualche domanda!

Prima di iniziare a fotografare lei dipingeva. Come è avvenuto questo passaggio?

«Amavo la pittura e mi sentivo l’arte dentro ma è stata una parentesi molto breve della mia vita.

Dipingevo per me e non ho mai esposto i miei quadri.

Avrei voluto fare la pittrice ma allora bastava un segno sulla tela per essere definiti artisti e avevo la sensazione che chiunque potesse farlo.

Le fotografie invece erano meno “assalite” della pittura e mi piacevano veramente».

Il suo passato da pittrice, seppur breve, l’ha poi influenzata a livello fotografico?

«Sì moltissimo.

Non saprei dire se è più importante fare un ritratto con la fotografia o uno con la pittura.

Col tempo ho capito che la risposta sta in ciò che si vuole che dicano questi ritratti.

Ci deve essere una scelta alla base, una decisione.

Tutti ormai scattano dappertutto ma non si sa cosa ne tireranno fuori.

Quel che conta è l’idea.

Se non ci sono le idee si può fare quello che si vuole ma non succede niente».

Quanto conta per lei l’istinto in fotografia? La domanda sorge spontanea perché è impossibile non notare un certo rigore nella costruzione dell’immagine e mi chiedo se non ci sia una sorta di compromesso tra questo e l’architettura della foto.

«L’istinto po’ conta ma non è sufficiente, bisogna anche sapere perché si fa qualcosa.

Senza questo, si fa molta fatica.

Per il resto sì, ci ha visto bene.

C’è molto studio e lavoro dietro ogni fotografia».

A proposito di ritratto, potremmo azzardare nel dire che si tratti del suo mezzo stilistico preferito?

«Assolutamente sì.

Gli oggetti ci sono sempre e si possono fotografare quando si vuole.

L’uomo invece cambia ogni secondo, non è sempre uguale, anche se così sembra.

Per questo motivo sono legata al ritratto delle persone, che siano artisti o meno.

In qualche modo posso restituire quello che io stessa vedo e percepisco delle persone che fotografo.

La fotografia è in fondo un eterno presente».

Ha avuto la fortuna di venire a contatto con tanti intellettuali, attori, artisti e personaggi provenienti dal mondo della moda. Come ha avuto occasione di avvicinarli?

«Per i più sono personaggi fuori dalla regola.

Io li vedevo però nella norma e non avevo nessun problema a fotografarli.

Avvicinarli è stato facile perché frequentavamo tutti, ai tempi, il mondo dell’arte e gli stessi ambienti, soprattutto le gallerie come fossero casa nostra.

Mi piaceva in quel momento ciò che vedevo e lo fermavo.

I soggetti erano tutti sodalizi o buone conoscenze.

È stato tutto molto interessante».

Lei ha reso ordinario ciò che per noi è un po’ straordinario: i personaggi glamour. Penso ad esempio ad Andy Warhol e al ritratto in cui lei lo ha reso eterno…

«Mi rendo conto che si tratta di persone che ad un primo impatto potrebbero incutere un po’ di ansia.

Col passare del tempo però mi sono detta che siamo pur sempre tutti esseri umani.

Noi li vediamo immensi se vogliamo, migliori, forse di più di quel che sono in realtà ma se li guardiamo con l’occhio con cui vediamo noi stessi, nella normalità e non come divinità, scopriremo che siamo uguali.

Andy Warhol inizialmente mi metteva in soggezione, lo hanno descritto come un tipo scostante ma con me non lo è mai stato, si è rivelato non solo un artista geniale ma era anche una persona brillante, disponibile e simpatica».

Nella mostra di San Sepolcro omaggia l’arte, un esempio tra tutti la rivisitazione in chiave contemporanea della Madonna del Parto. Da dove viene l’ispirazione di riprendere dei capisaldi della storia dell’arte?

«Quel quadro mi piace molto, come ritratto e come idea e San Sepolcro mi sembrava la città giusta per esporre quello scatto.

Una Madonna contemporanea in cui il soggetto e il periodo storico differenti non intaccano la sacralità del momento anzi lo enfatizzano e lo rendono più intimo».

In campo fotografico c’è stato il passaggio dalla camera oscura al digitale e ormai si scatta perfino con lo smartphone. Qual è il suo rapporto con le nuove tecnologie e il computer?

«Da pochissimo tempo sono passata al digitale ma ho sempre usato e continuo a preferire la pellicola.

Mi piace sviluppare i negativi, fare i provini per la stampa … e se vogliamo è qualcosa anche meno alla portata di tutti.

Adesso è tutto meno faticoso.

Possiamo dire che sto un pochino sperimentando le nuove tecnologie ma la pellicola rimane il massimo, ha sempre un riferimento: il negativo».

Progetti futuri?

«Mi piacerebbe organizzare una mostra a Milano nella quale rielaborerò qualche argomento che ho già trattato più qualcosa di nuovo ma nulla di definito ancora… sto sperimentando!».


La mostra di Maria Mulas è stata prorogata fino al 16 giugno presso il Palazzo Inghirami, via XX Settembre, Sansepolcro, aperta tutti i giorni (escluso il lunedì) negli orari:

10.30 – 13.00/16.00 – 19.00.


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Pubblicato da

Maria Vittoria Malatesta Pierleoni

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