Matteo Pacini, i miei “monsters” sono un prodigio e un inno alla diversità

Intervista a Matteo Pacini, folignate trapiantato a Milano, amante dell’archeologia industriale e curatore di mostre. Ci racconta come ha realizzato la quinta edizione, quella della ripartenza, di “Art Monsters” a Palazzo della Penna a Perugia.

Testo di Andrea Luccioli / foto di Pier Paolo Metelli
ritratto di Andrea Luccioli direttore di The Mag
Andrea Luccioli

Matteo Pacini è un curatore d’arte contemporanea, uno che organizza mostre “dalla a alla z”, come spiega lui.

Dall’approccio con gli artisti, ai rapporti con le Istituzioni, dalla scelta delle location agli allestimenti fino alla comunicazione: questo è il “mestiere” di Matteo Pacini, folignate trapiantato a Milano che da qualche tempo comincia a essere anche profeta in patria.

Nelle scorse settimane, infatti, Pacini è stato curatore della nuova edizione di “Art Monsters” a Perugia, la mostra giunta alla sua quinta edizione e che si svolge a Palazzo della Penna.

Ma di questo parleremo dopo, intanto facciamo un passo indietro.

Matteo, raccontaci di te. Come hai iniziato?
“Ho studiato Conservazione dei beni cultuali a Perugia, mi sono specializzato in Conservazione, gestione e valorizzazione del patrimonio archeologico industriale all’Università di Padova attraverso un Master di secondo livello.

Poi mi sono appassionato e concentrato nello studio del territorio attraverso l’archeologia industriale e devo dire che questa cosa si collega molto al mio lavoro”.

Da dove nasce questa attenzione per le fabbriche dismesse?
“La mia passione per l’archeologia industriale nasce all’ex Zuccherificio di Foligno.

Vent’anni fa passavo pomeriggi interi in questo posto di totale sospensione temporale.

Lì ho trovato una commistione incredibile tra architetture italiane e belghe, è come se avessi potuto toccare e raccogliere con mano i resti di una storia industriale che si è mischiata con una città e con il suo tessuto sociale”.

E poi?
“Sono partito in Erasmus per due anni, sono stato in Spagna, ho preparato la mia tesi in archeologia industriale e dopo la laurea è arrivata la prima collaborazione.

Sono stato chiamato da un boutique hotel, Palazzo Bontadosi a Montefalco, per un progetto espositivo che poi si è trasformato in un’occupazione di tre anni.

Un’esperienza molto bella dove abbiamo organizzato grandi eventi”.

Il salto quando è arrivato?
“A Montefalco mi sono creato molti contatti e grazie a quell’esperienza sono andato a Parigi per lavorare in una galleria, la Selective Art.

Questo mi ha aperto molte altre porte con gallerie interazionali fino a portarmi a Milano dove da un decennio lavoro per la galleria Artespressione.

Sono il curatore stabile delle esposizioni”.

Di cosa ti occupi di preciso?
“Di molte cose.

Arte Espressione è una galleria indipendente che si occupa di scultura, pittura e foto.

Mondi diversi, ma tante esperienze davvero interessanti che mi hanno permesso di partecipare a grandi eventi”.

Raccontaci cosa hai fatto di recente.
“Ho seguito un’artista molto interessante, Venia Dimitrakopoulou.

Artista che per la sua opera ha ricevuto la Stella d’Italia dal presidente della Repubblica Mattarella per la cooperazione tra Grecia e Italia.

Con lei ho sviluppato un progetto e un percorso espositivo che si è trasformato in un tour di mostre che ci ha portato prima al Museo Salinas di Palermo, poi a Torino alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo  e quindi al Civico Museo Sartorio e al Castello di San Giusto di Trieste”.

Poi è arrivata la chiamata per “Art Monsters”.
“Un contenitore bellissimo, un format nato nel 2015 come mostra contro le discriminazioni nell’anno in cui Lady Gaga arrivava a Perugia per Umbria Jazz, un incrocio non casuale.

Già dal nome questo progetto dice tutto: l’utilizzo della parola mostro non è casuale.

Il significato di questo termine è ‘prodigio’, ‘straordinario’, qualcosa che genera stupore, ma anche paura.

E questo è stato un po’ il senso primitivo di Art Monsters: l’arte come veicolo ed espressione della diversità.

Poi nel corso delle edizioni questo spirito si è un po’ perso, per questo quando sono stato chiamato a curare l’edizione 2020 ho deciso di recuperare l’idea iniziale e partire da lì nella scelta degli artisti e delle opere”.

Raccontaci come ti sei approcciato.
“Ho voluto dare importanza alle contaminazioni artistiche tra culture grazie alle opere d’arte.

Se in Umbria siamo sensibili a queste cose è perché in passato siamo stati un centro di interesse internazionale.

Pensiamo alle grandi mostre come ‘Sculture nella città’ a Spoleto nel 1962 o ‘Lo spazio dell’immagine’ a Foligno, una delle più grandi esposizioni d’arte contemporanea degli anni Sessanta e che segnò un’epoca.

Per non parlare dell’incontro artistico nel 1980 a Perugia tra Joseph Beuys e Alberto Burri che ha generato le famose sei lavagne tematiche di Beuys e il Grande nero di Burri.

Un’interazione che, pur mantenendo le reciproche diversità tra i due artisti, generò un incredibile dialogo costruttivo che ancora oggi ci parla”.

Come hai sviluppato questa idea iniziale?
“Il mio pensiero è stato quello di far ripartire questo genere di contaminazione ed evitare che lo stop dovuto al Covid-19 mettesse in discussione le interazioni, la mescolanza.

Ho selezionato tre gruppi di artisti: umbri che hanno esportato all’estero la loro arte, stranieri che hanno scelto l’Umbria come terra da contaminare e artisti che sono venuti a esporre per la prima volta per contaminare a loro volta.

Un gruppo di 18 voci molto diverse con un solo obiettivo: far coesistere la diversità.

Per questo scopo, inoltre, credo che gli spazi espositivi di Palazzo della Penna siano stati perfetti.

In tutte le opere c’è un filo invisibile che le lega, l’utilizzo dell’immagine attraverso una ri-mediazione, una destrutturazione, una rielaborazione come base per l’evoluzione.

Sono molto soddisfatto del risultato, della bella collaborazione con gli enti coinvolti e in particolare con il Comune con cui abbiamo lavorato molto bene per far coincidere l’apertura con Umbria Jazz e dare un messaggio di ripartenza”.

Progetti per il futuro?
“Continuare il mio impegno anche sul versante della catalogazione in archeologia industriale e far sì che aspetti della mia carriera possano unirsi, magari proprio attraverso una mostra, in location industriali o grandi contenitori che si vanno svuotando e che possono essere riutilizzati”.

INFO

linkedin.com/in/matteo-pacini
facebook.com/PalazzoDellaPenna


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