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Matteo Trenta – La bellezza della rovina, l’estetica dell’abbandono

4 min.

Urbex è un movimento fatto di urban explorer, gli esploratori urbani. Noi siamo rimasti colpiti da Matteo Trenta, “urbexer” umbro, che nelle sue avventure nei luoghi dimenticati trova pace e adrenalina, silenzio e musica. E molto altro…

di Andrea Luccioli    foto Matteo Trenta 

Urbex è un’abbreviazione.

La versione estesa è Urban exploration ed è un fenomeno che da qualche tempo raccoglie molti appassionati.

Esplorazione urbana significa andare alla scoperta di edifici abbandonati, siano essi ville, chiese, sale cinematografiche, fabbriche, centrali elettriche e qualunque altro luogo abbia vissuto il passaggio umano prima di rimanere inabitato, dimenticato.

Complice anche il mondo dei social, gli “urbexer” sono usciti – parzialmente – allo scoperto mostrando pubblicamente i tesori di cui vanno a caccia.

L’Urbex, infatti, consiste anche nel fotografare i luoghi abbandonati, ogni tanto anche introducendosi in aree interdette.

L’Umbria, terra mistica e ricca di luoghi dimenticati, è anche la casa di un urban explorer che abbiamo conosciuto.

Si chiama Matteo Trenta e con lui abbiamo deciso di iniziare un percorso fotografico che porteremo avanti nei prossimi numeri in cui cercheremo di raccontarvi la magia, il silenzio e la bellezza della rovina. 



Matteo, come ti sei avvicinato al fenomeno Urbex e perché ti ha incuriosito?

«Sin da piccolo ho provato sempre grande attrazione per l’avventura e curiosità per le esplorazioni.

Ricordo che insieme ad alcuni amici scrutavamo con un binocolo le colline per individuare casolari abbandonati in cui intrufolarci.

Ci calavamo per pozzi, scappavamo da custodi di ville che ci inseguivano inferociti, inventavamo scuse fantasiose per i padroni di case che ci sorprendevano nelle loro proprietà».

E poi?

«Il richiamo è poi tornato assumendo forme diverse da poco e quasi per caso.

Ricordo una mattina piovosa di due anni fa in un giorno festivo che prometteva il solito serie/cibo/noia.

Per sconfiggere l’apatia ho pensato di dover fare qualcosa di diverso e allora sono caduto nella più banale delle googlate: “luoghi abbandonati in Umbria”.

Mi sono ritrovato in una centrale elettrica dismessa da anni dove ho trascorso 4 ore, in totale solitudine e silenzio, con un cielo plumbeo come sfondo.

Contento come un bambino.

Ho poi ampliato le ricerche scoprendo che questa pratica ha un nome: Urban Exploration.

La fame di esplorazione aumentava esponenzialmente, ma le notizie e le indicazioni in rete erano molto frammentarie e quantomeno criptiche.

Così ho iniziato a postare foto dei posti sul mio Instagram e su Facebook guadagnando quel minimo di credibilità necessaria per ottenere informazioni e dritte da Urbexer più navigati».

Come funzionano le uscite?

«In genere le mie uscite, salvo rari casi, sono sempre in solitaria e necessitano di una certa preparazione e di una ricerca oculata.

Spesso riesco ad avere coordinate per raggiungere i posti e indicazioni su come imbucarsi dai miei contatti del giro, in altri casi reperisco informazioni setacciando internet oppure sfogliando le cronache locali dei giornali.

Ho sempre un rituale per le esplorazioni che consiste nello scegliere la giusta colonna sonora per il viaggio (ambient e neoclassica sono molto efficaci), mandare un messaggino a qualcuno che mi conosce per comunicargli dove andrò e dove probabilmente morirò e, una volta dentro, accendere una sigaretta, inalare le vibrazioni del posto e sputare l’adrenalina accumulata.

Spesso intrufolarsi non è semplice.

È successo di dover scalvare muri altissimi o di strisciare in spazi angusti, è successo di trovare cancelli aperti ma anche di scavalcare un muro di 4 mt per poi scoprire che la porta principale era spalancata.

La durata di un’esplorazione può mutare a seconda della grandezza del posto.

Dalla toccata e fuga in una chiesetta di campagna o le due ore in un fabbricone di periferia, alle 5 ore in un monastero con adibito refettorio su una superfice di 17.000mq.

Spesso questi luoghi sono circondati da misteri e leggende di fantasmi o di strani accadimenti.

La verità è che anche girandoli da solo non ho mai paura, ma come sento il battito delle ali di un piccione, scappo urlando».

Perché si tende a mantenere una certa segretezza circa i luoghi e le uscite?

«Questi luoghi possono apparire morti, estinti, ma in realtà conservano una propria vita, una marcata identità.

Una volta che sei dentro, dopo averli perlustrati e coccolati in ogni angolo, si innesca un meccanismo perverso che li fa diventare un po’ anche tuoi.

E da qui l’amore e la gelosia morbosa che ti lega a loro.

Svelarli significa darli in pasto a chiunque, con tutto ciò che può derivarne.

Spostare anche il minimo oggetto equivarrebbe a modificarne gli equilibri».

Le cose più sorprendenti che hai “trovato”?

«Durante un’esplorazione con Alessia e gli amici di Lost Memories (www.lostmemories.it) in un paese fantasma abbiamo trovato una chiesa antichissima dove abbiamo scoperto una cripta con un ossario incredibile.

In un convento nelle Marche mi sono imbattuto in una teca con al suo interno la salma di un beato del 1400 ancora in buone condizioni.

In una villa settecentesca, nella chiesetta di famiglia, ho incontrato, senza scendere nei dettagli, quello che è a tutti gli effetti un rituale satanico.

Mi è capitato di rinvenire Copioni di Serie Tv Italiane anni 80, abiti di scena, foto di aspiranti attori, album di famiglia».

C’è uno scopo finale o è solo un viaggio “estetico”?

«Essenzialmente scelgo di fare queste gite per ricavarmi del tempo da passare con me in contesti silenziosi e atipici, lontano da tutto e tutti.

Poi c’è una questione prettamente estetica e legata al fascino che questi posti emanano. I colori che scopro nelle incursioni non li trovo da nessuna parte.

Cerco di immortalarli con il mio telefonino cinese condividendoli poi nei social, ma non sono assolutamente un fotografo.

Poi c’è l’incanto della decadenza, ritrovarsi nel salone dove una nobile famiglia teneva le feste da ballo o in una stazione di comando dove una troupe di tecnici dirigeva la centrale.

Immaginare il chiasso, la musica, la confusione della festa e la frenesia, i rumori della centrale per poi calarsi nel silenzio spettrale.

Naturalmente rimane un retrogusto amaro, un senso di sconfitta, di impotenza e la vana speranza che tutto torni a splendere; speranze che si infrangono tra le pagine dei giornali locali o negli articoli web, dove si legge di fantomatici piani di recupero che in quasi la totalità dei casi non avverranno mai».

Perché hai deciso di associare un aspetto musicale a questo progetto?

«Molta della musica che ascolto è nostalgica, isolazionista, cupa.

Si sposa perfettamente con gli spazi che visito.

Anche molte cover di album ritraggono luoghi abbandonati.

Ho scelto quindi di produrre una piccola play list per ogni esplorazione che documenterò su queste pagine».

https://www.instagram.com/matteo__trenta/

Musica Consigliata

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