Michela Nanut, non scrivo poesie, ma so disegnare le cose che non si vedono

Contro gli stereotipi e i conformismi, con lo sguardo attento alle comparse, a chi sta in panchina. Michela Nanut è un’illustratrice delicata ma potentissima. I suoi lavori creano spazi carichi di significati e domande da leggere in controluce, con un occhio a chi, in questo mondo, spesso guarda da un’altra parte.

TESTO: ANDREA LUCCIOLI

Occhiali colorati, sguardo curioso, un tratto gentile e intimo. Michela Nanut è un’illustratrice delicata e profonda. Dalla sua immaginazione escono tavole e disegni popolati di persone che aspettano, sognano. Personaggi complessi e incompleti, che abitano luoghi sconosciti e spesso sono comparse di una scena che non gli appartiene o forse sì.

Michela da piccola disegnava e voleva essere una santa, ora è mamma, professoressa e illustratrice. Il suo super potere? Parlare di un’umanità complessa andando oltre gli stereotipi.

Vive a Rovereto, una città oramai gemellata con il collettivo Becoming X di cui Nanut fa parte e con cui si diverte moltissimo tra progetti creativi e live drawing.

L’INTERVISTA

Quando hai deciso di diventare un’illustratrice e perché?

“In realtà non l’ho mai deciso. Anzi non l’ho ancora deciso. Se faccio l’illustratrice lo devo ad alcune splendide persone che hanno creduto in me molto prima che lo facessi io.

Ho iniziato disegnando dei testi scolastici perché l’autrice di questi libri ha visto i miei disegni scarabocchiati su un quaderno degli appunti e ha voluto me! Da quel momento ho sempre incontrato qualcuna o qualcuno che voleva i miei disegni e piano piano sono diventata un’illustratrice…”.

Quali sono i tuoi soggetti preferiti?

“Quando disegno mi piace raccontare ciò che si vede ma anche ciò che non si vede.

I miei disegni sono popolati di persone che aspettano, pensano o sognano.

Sono persone complesse e spesso incomplete. Hanno difetti e compiono errori. Sono incerte, dubbiose e poco convinte. Abitano spazi immaginari e luoghi sconosciuti e silenziosi. Presenze animali li guidano e gli fanno compagnia.

Disegnando mi piace dare una possibilità alle persone comuni, a quelle che stanno in panchina, cha alle gare arrivano ultime o che proprio non partecipano.

I miei personaggi non sono protagonisti, sono comparse, che spesso guardano da un’altra parte.  Mi piacerebbe riuscire a raccontare un’umanità più complessa degli stereotipi che usiamo per descriverla”.

Che tecniche usi e prediligi? 

“Dal punto di vista professionale da qualche anno utilizzo solo la tecnica digitale. Disegno usando il PC e una tavoletta grafica oppure direttamente sull’i-pad.

È la tecnica più comoda da usare quando i disegni che faccio mi vengono commissionati. Infatti col tablet posso lavorare ovunque (spesso lavoro in treno) e posso rapidamente modificare un’immagine quando qualcosa non piace al committente (cioè sempre!).

Porto però sempre con me anche un quadernino e dei colori, matite, pennarelli, acquerelli, e tento di allenarmi tutti i giorni anche nel disegno ‘analogico’”.

Chi è il tuo maestro/fonte di ispirazione?

“Che domanda difficile!  Purtroppo non posso dire di avere dei maestri veri e propri; per me questa è una enorme mancanza che penso non possa sfuggire all’occhio esperto che guarda i miei disegni.

Ho però molte fonti di ispirazione.  Sicuramente le canzoni di Franco Battiato.

Alcuni film, tra tutti mi vengono subito in mente Me and You and Everyone We Know di Miranda July, o Il posto, di Olmi. La Nouvelle Vague, in generale…

Mi piacciono i romanzi di Virginia Woolf e La ricerca del tempo perduto.

Mi piace guardare i dipinti di Morandi e di Casorati e le fotografie di Ghirri”.

Il lavoro di cui sei più orgogliosa?

“Le illustrazioni di Libere e Sovrane, l’albo illustrato dedicato alle biografie delle ventuno madri della Costituzione italiana edito da Settenove”.

In un mondo dove i creativi sono sempre di più, anche grazie alle nuove tecnologie, qual è il segreto per restare originali?

“Ovviamente non lo so. Ma se posso azzardare un’ipotesi forse bisognerebbe provare ad evitare il conformismo, a farsi domande senza darsi troppe risposte”.

Come sei finita in mezzo al progetto Becoming X?

“Fortunatamente mi hanno trovata loro! Cercavano illustratori trentini per Nuvolette, un festival di illustrazione che si svolge a Rovereto e in cui il collettivo è coinvolto da protagonista. Io non sono trentina, ma vivo a Rovereto, e ci siamo incontrati!”.

Come ti trovi a lavorare “a distanza” con loro e cosa ne pensi di questo progetto anche rispetto ad altri collettivi?

“In realtà grazie a Nuvolette ci vediamo di persona tutti gli anni, quindi non sento molto la distanza. Mi piace collaborare con loro perché sono super operativi! Quando decidono di fare una cosa la fanno e basta, non ci sono imprevisti che li demoralizzano!”.

Com’è l’esperienza dei live drawing?

“Difficilissima! Il live è molto complesso. Io ho sempre paura di sbagliare: non fare le righe dritte, non riuscire a disegnare i cerchi… cose così. Ma in realtà è una bellissima messa alla prova. È un’esperienza che ti mette di fronte ai tuoi limiti e ti dice: tu sei così!

E alla fine è liberatoria e divertente!”

Progetto nel cassetto?

“Sì. Stanno per uscire un paio di libri che ho illustrato e ne ho uno da cominciare. Per Natale ci saranno un’agenda e un calendario dedicati alla luna. Ma nel cassetto vero e proprio custodisco il sogno di dedicarmi all’autoproduzione. Vediamo come andrà…”.

Bio MICHELA NANUT

Mi chiamo Michela, porto sempre gli occhiali e satellito sempre attorno ai contrattempi.

Da bambina disegnavo tutto il giorno e volevo diventare santa; da grande sono diventata mamma, prof e illustratrice. Non so scrivere poesie ma so disegnare le cose, quelle che si vedono e soprattutto quelle che non si vedono.

www.michelananut.it
FB/ michela nanut
IN/michelananut

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Andrea Luccioli

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