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Michele Rossi – Libri venite a me | the Mag N8

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2 min.
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Michele Rossi, il secondo da sinistra, con l’Assessore alla Cultura di Città di Castello, il Sindaco Bacchetta e il padre Roberto Rossi.

Michele Rossi, 36 anni, nato a Città di Castello, si avvicina giovanissimo al mondo dell’editoria attraverso un Master e varie collaborazioni, approdando in Rizzoli dove attualmente è il responsabile della narrativa italiana. In una società dove si polemizza sul ricambio generazionale, il suo rappresenta un percorso emblematico e importante; percorso che racconta una storia di successi, di premi e soprattutto di passione. Con piacere siamo riusciti a parlare con lui di fortuna e di trionfi.

di Lorenza Mangioni

La tua è stata una gavetta fulminea; lasciando perdere la fortuna, cosa pensi ti abbia permesso di arrivare a ricoprire un ruolo così importante ?

«Sono arrivato in Rizzoli undici anni fa, partendo dalle bozze. Il lavoro editoriale è una sorta di artigianato d’arte, bisogna sporcarsi le mani, essere umili e addestrarsi ad essere un medium. Questo forse mi ha permesso di essere pronto quando ho avuto la possibilità di portare autori in casa editrice. La fortuna esiste, senza dimenticare la fatica e l’istinto. Poi la formazione serve che deve essere onnivora e vorace, senza ascoltare solo il proprio gusto. Raffaele Crovi parlava di “immaginazione editoriale”. A quella ho puntato».

Il 2013 è stato un anno importante; Walter Siti, autore amato dalla critica, ha vinto il premio Strega con “Resistere non serve a niente” , romanzo complesso e forse non nato per il grande pubblico. Con questa  vittoria si è accorciata la distanza fra ciò che viene considerata “letteratura alta” e collettività?

«Non credo esista più la collettività, è tutto franto, impalpabile. Siti ha scritto uno dei massimi romanzi dei nostri anni, vincere lo Strega e arrivare per la prima volta al grande pubblico era semplicemente giusto».

È stato pubblicato un rapporto sulla promozione della lettura in Italia che fornisce cifre sconfortanti. Solo il 46% degli italiani ha letto almeno un libro nell’ultimo anno. Perché ci sono così pochi lettori in Italia? È compito delle case editrici sensibilizzare il pubblico?

«È compito della scuola, dell’università, dei governi quello di stimolare la lettura che dovrebbe essere attività “normale”. Metà Paese legge, compito degli editori è quello di pubblicare i libri migliori, secondo le proprie specificità. Purtroppo il mercato ha perso quasi il 5% anche nel 2013. Per fortuna la narrativa italiana Rizzoli ha raddoppiato la sua quota di mercato».

La crescente alfabetizzazione digitale può aver influenzato questi dati e distratto le persone dalla carta stampata?

«Il digitale è e sarà complementare alla carta. Vale il 3% del mercato, se crescerà ci guadagneremo tutti».

Senti mai pressione rispetto alle scelte che fai e cosa ti fa dire “questo è il libro giusto”?

«È una responsabilità assurda. Ancora quando realizzo non ci dormo la notte».

Hai pubblicato Silvia Avallone, Irene Cao , Abbadessa, Bresciani… Credi in qualche modo di influenzare il mercato e, più nello specifico, il gusto, con le tue decisioni?

«Credo che i libri di successo intercettino un gusto latente, e forse lo spirito del tempo. Quelli di grande successo spostano baricentro ed equilibri».

Avete aggiunto al vostro catalogo anche Carofiglio e Giancarlo di Cataldo; altri nomi e novità in programma per il 2014?

«A breve usciranno i nuovi romanzi di Sebastiano Vassalli e Andrea Vitali».

Essere un editor affermato è per te un traguardo o hai in mente di prenderti altri “rischi” e se sì, quali?

«Non lo dirò mai…».

Pensi mai a qualche progetto che concretamente possa coinvolgere Città di Castello? Che ti riavvicini alle tue origini?

«Mi piacerebbe molto. Mi sono commosso quando la città mi ha insignito del premio Tifernate di talento. Ha significato molto».

Il distacco e la lontananza creano una strana commistione fra malinconia e lucidità; vivi a Milano ormai da molto tempo, c’è qualcosa che ancora e sempre ti piacerà di Città di Castello e qualcosa che vorresti criticare?

«Città di Castello è e sarà sempre casa, ci sono le radici e l’identità. Mi piacerebbe sentirla più viva, ma ci sono realtà nuove e vivaci come il Festival Calibro, organizzato dall’Associazione ‘Il Fondino’».

L’idea forse romantica che si ha dei mestieri legati alla letteratura possa resistere ancora nel 2014 e soprattutto ora che ne conosci i meccanismi?

«Romantici e cinici, forse ce la faremo».

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