[monoARCHIgrafie] EILEEN GRAY

Sguardi è in continuo movimento per offrirvi dei punti di vista sempre diversi sul nostro mondo: l’architettura. Quest’anno abbiamo deciso di approfondirne la storia guardandola al femminile.

a cura di Architetti nell’Altotevere Libera Associazione

Una delle bugie della storia è stata, ma lo è spesso ancora oggi, il mettere accanto alla parola mestiere (ministerium) la desinenza al maschile, non in un esercizio di mera linguistica, che lo riteniamo indifferente, ma nell’associare agli architetti uomini la prerogativa della maestria. Al contrario, per esercitare un ministerium, nell’architettura come ovunque, occorrono intelligenza, conoscenza, sensibilità, tecnica del fare e tenacia, è necessaria una importante capacità visionaria che richiedono studio e dedizione, non una desinenza. La storia dell’architettura, come molte altre storie di mestieri, ci racconta di donne che hanno svolto, e svolgono, in modo egregio il mestiere dell’architetto ed abbiamo ritenuto rendergli onore. Sguardi 2021 sarà dunque dedicata a sei monografie di Architetti donne, che hanno esercitato il loro ministerium con la “A” maiuscola e la “i” finale. Attraverso le loro opere, dalla modernità al contemporaneo, ne racconteremo l’innovatività di pensiero dalla scala del design a quella urbana, la caparbietà delle visioni che spesso superavano il loro tempo, la forza creativa a cui hanno dedicato le loro vite diventando onorevoli esempi del saper fare architettura. Vi offriremo questi sei racconti attraverso le parole ed i pensieri di alcune nostre iscritte che hanno posato il loro sguardo attento su queste brave colleghe. Questo primo numero dedicato ad Eileen Gray è frutto del lavoro dell’Architetto Lucia Fiorucci.

Eileen Gray

Eileen Gray

(Enniscorthy, 9 agosto 1878 – Parigi, 31 ottobre 1976).
Architetto e designer d’avanguardia, è stata una donna libera: aveva autonomia di pensiero e di espressione, era indipendente dal punto di vista lavorativo, amava indistintamente donne e uomini, dando grande importanza all’intelligenza, e non al genere o al censo.

Eileen Gray studia prima disegno e poi pittura a Londra. All’Esposizione di Parigi del ‘900 respira un’aria di quel mondo che non “pensa ancora cubista”, ma che “respira impressionista”. Si appassiona di arredamento e nel 1907 si trasferisce definitivamente a Parigi dove studia con Seizo Sugawara, artigiano giapponese e maestro nella laccatura di mobili.
Nel 1919 le viene chiesto di decorare il salotto di Suzanne Talbot, una celebrità della moda parigina dell’epoca. La Gray lo rende quello che è ancora considerato uno degli esempi più significativi nella storia della decorazione degli anni Venti, disegnando lei stessa alcuni arredi. Dalle linee essenziali e pulite, il lavoro di Eileen attira l’attenzione degli esponenti del Movimento Moderno tra cui alcuni artisti olandesi del De Stijl e Le Corbusier che ne intuisce le doti ma anche il pericolo: Eileen è pur sempre una donna e siamo, anche se nella Ville Lumiere, nel pieno del movimento creativo delle avanguardie.
È l’amore per l’architetto Jean Badovici, amico editore e critico di Le Corbusier, che segna la svolta per la sua carriera. È un amore totale, tormentato e forse non completamente e compiutamente consumato, ma che segnerà una nuova e libera cultura del progetto.

Siamo nel 1924, Eileen Gray ha 46 anni e non ha mai disegnato nulla di diverso che non fosse arredo d’interni. Vorrebbe una casa, ma finché non ha trovato il luogo ideale non inizia a lavorarci. Nel 1926  a Roquebrune, in lembo di paradiso ad un passo dal mare, inizia la progettazione di quella che sarà un’importante architettura d’amore del secolo scorso. Eileen piega l’idea geometrica allo scenario – e alla quinta di una grande passione – sotto gli occhi invidiosi e increduli dei grandi maestri del ‘900, in primis Le Corbusier che profanerà poi questa casa creando molti modesti affreschi che hanno spezzato lo spazio puro della villa.
E come ogni grande storia d’amore che si rispetti, dopo averla realizzata l’abbandonerà, insieme al suo amante complesso e invadente che, per anni, verrà riconosciuto come unico autore dell’opera.

È la E.1027 (il nome è un codice: E di Eileen, 10 = J di Jean, 2 = B di Badovici, 7 = G di Gray.) È un’architettura domestica completamente bianca e che poggiata su pilotis, dotata di una sensibilità particolare estranea alle architetture di quel periodo. Il progetto modella lo spazio secondo quel bisogno di isolamento e libertà proprio della Gray: «…anche nella casa più piccola uno deve potersi sentire solo»
Calcola tutto: i percorsi, i gesti, le abitudini. L’esposizione perfetta per ogni stanza, la vista ideale, la suspense che si crea nel passaggio da un ambiente all’altro, gli arredi creati ad hoc per riposare, scrivere, ascoltare musica (come l’Adjustable table E 1027, la poltrona Bibendum, un day bed e la lampada Tube light al neon), gli interni.

Questo è molto più del fare architettura, è pensare alla felicità e a questa irrinunciabile necessità: l’amore che Eileen Gray ha profuso in questa “casa-mondo”. E tutto il rancore degli altri, famosi o semplicemente sconosciuti – e ce ne sono stati, e se ne parla anche nel film di Mary McGukian, The Price of Desire del 2015 @thepriceofdesire, che è l’occasione per ristabilire la verità sulla paternità della E.1027 e su una vicenda storica dai contorni drammatici.
Comunque ancora oggi quell’architettura splende e risplende nel Mar Mediterraneo a testimonianza di un progetto più importante, la giusta conclusione di una necessità esistenziale, ancora profondamente intrisa della passione che l’ha generata.

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