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Nel cuore di Londra – Vasco Matteucci

vasco matteucci
3 Min. - tempo di lettura

Nel cuore di Londra – Vasco Matteucci

di Giovanna Rossi e Marco Polchi 

Vasco Matteucci ha lasciato l’Alta Valle del Tevere da ragazzo, alla ricerca di lavoro e fortuna. È approdato a Londra negli anni in cui nascevano i Beatles e i Rolling Stones, quando la capitale inglese era ‘swinging’: bella, creativa ma difficile. Lui l’ha conquistata, con stile e professionalità.

Da quarant’anni il suo ristorante, il ‘Vasco and Piero’s Pavillon’, ora gestito a tempo pieno dal figlio Paul, è un punto di riferimento nel panorama eno-gastronomico londinese, un esempio di ‘Made in Italy’ aperto e vincente. The Mag ha incontrato Vasco e si è lasciato prendere dalla sua storia.

Sei partito da San Giustino che eri un ragazzo, raccontaci un po’ come è andata… 

Sì, in realtà non sono arrivato subito a Londra. Anzi, è stato un percorso frastagliato. Prima ho girato un po’ l’Italia, sono stato a Viareggio, a Roma dove ho finito la scuola alberghiera e poi ho varcato il confine. Sono stato in Germania dove ho lavorato in fabbrica e poi per sei mesi d’estate in un ristorante. Da lì sono passato in Svizzera e infine eccomi a Londra. Era l’inizio degli anni ‘60.

E poi non ti sei più spostato? 

Oh no! Ho lavorato per un anno fuori città, a Stratford-upon-Avon, il paese di William Shakespeare ma nel mentre sono anche arrivato in Olanda, a Rotterdam e in seguito a New York. Ormai ero abituato a non fermarmi e questa voglia di stare in movimento me la sono portata dietro per sempre. Anche adesso, quando posso, giro molto con mia moglie.

Quella a Stratford è stata l’ultima tappa prima del trasferimento nel cuore di Londra.

Esatto, dopo quell’anno mi sono spostato al Saint George’s Hotel, nel centro città. Sono rimasto lì per circa sette anni, fino al 1970, prima come cameriere poi come ‘restaurant manager’: era un bel posticino, non c’è che dire. Poi, un giorno, mi metto a parlare con un cliente del Saint George, Mr. Hellery: un signore di origine austriaca che aveva un palazzo con un cinema d’essai, gestito da lui, e un ristorante. Mi dice: vuoi prenderlo tu, il ristorante? Accetto. E così quello diventerà il primo ‘Vasco and Piero’s Pavillon’.

Incredibile. Quindi è stato frutto di una casualità?

Più che una casualità è stata una scommessa per me e per il mio ex socio Piero, inoltre mia moglie era anche incinta. Quindi poteva apparire come un azzardo, il locale era particolare, all’avanguardia per i tempi… un cameriere del ristorante mi disse se ero pazzo a prenderlo in gestione. All’inizio fu difficile, poi una rivista, ora molto nota – Time Out – ci fece una recensione fantastica e anche grazie a questo le cose andarono molto meglio. Siamo rimasti in quello stabile fino al 1987, quando abbiamo spostato l’attività in Poland Street, dove siamo tuttora. Siamo un piccolo ristorante che fa cose vere.

Ci spieghi perché hai scelto la cucina italiana e umbra in particolare? 

Un motivo è perché a quei tempi, in realtà, c’erano pochissimi cuochi italiani. Molti erano francesi, gli italiani facevano sopratutto i camerieri. Io stesso sono ‘nato’ in sala e non in cucina. Mi piaceva l’idea, che portiamo avanti anche adesso, di utilizzare ingredienti genuini per cucinare piatti semplici, tradizionali. Era un qualcosa di particolare la cucina umbra e italiana, che era anche oggetto di pregiudizi. Ora, invece, è un punto di riferimento ed è molto apprezzata.

Così, hai costruito una bellissima attività. Una tappa pressoché obbligata per chi passa da quelle parti… 

Da un lato c’è la clientela, ormai consolidata e affezionata. Tra gli altri, mangiano spesso da noi Terry Gilliam, Michael Palin (dei Monthy Python – ndr) e Ralph Fiennes, oltre a molte altre persone a cui ho sempre consigliato un viaggio in Umbria. Dall’altro lato ci sono tanti ragazzi e ragazze che vogliono lavorare e farsi un’esperienza. Anche da Città di Castello ne sono arrivati diversi, alcuni dei quali in seguito hanno avviato ristoranti propri: Enzo Neri (personaggio di copertina sul primo numero di The Mag – ndr.), Patrizio di ‘Dagamò’, Sara di ‘Pappa e Ciccia’, Daniele del ‘Caldese’, Davide del ‘Belvedere’, Rodolphe di ‘Da Noi’.

Londra, com’è cambiata in più di quarant’anni? 

A mio parere è cambiata molto, in meglio. E sta cambiando tuttora, sta crescendo così come l’Inghilterra. Londra è sempre in movimento, è continuamente attiva ed è proiettata verso il futuro come testimoniano molti degli investimenti fatti negli ultimi anni. Londra è una metropoli dove c’è posto per tutti. Certo, nell’ultimo periodo, con la crisi economica, le cose sono leggermente cambiate per i ristoranti. C’è più concorrenza e si spende di meno; noi comunque riusciamo sempre ad emergere.

E l’Italia come la vedi?

Dopo tutto questo tempo ti senti più inglese che italiano? Una volta, un mio cugino mi disse che io ero inglese prima che andassi in Inghilterra! No, a parte gli scherzi, in Inghilterra sto bene e vivo bene. In Italia torno molto volentieri, ho mantenuto forti legami con tante persone che cerco di incontrare quando sono qua. E comunque è il paese dove sono nato, non posso che amarlo. Questa mia doppia indole si riflette sui miei figli: tutti e due sono legati sia all’Italia che all’Inghilterra.

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Pubblicato da

Redazione di the mag

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