Niccolò Fabi – Metto a nudo le mie debolezze, questo per me è fare musica

Il concerto di Niccolò Fabi a Castiglione del Lago, un concerto per raccontare chi siamo e cosa siamo diventati dopo questi mesi difficili: “Un’esperienza che ha messo in luce i nostri fantasmi”

Testo e foto di Andrea Luccioli

ritratto di Andrea Luccioli direttore di The Mag
Andrea Luccioli

Sono passate da poco le 21 di una domenica di luglio. La corte della Rocca del Leone di Castiglione del Lago è uno splendido palcoscenico che a breve accoglierà “solo un uomo” coi suoi capelli ricci, un po’ bianchi e un po’ no.

Quell’uomo è Niccolò Fabi e questo è il mio primo concerto dopo il lockdown che ci ha tenuti chiusi in casa fino a poche settimane fa. L’organizzazione dei ragazzi del GEC (Gruppo Effetti Collaterali, quelli che realizzano il Lars Rock Festa a Chiusi) è impeccabile. Siamo oltre 200, tante le misure di sicurezza da rispettare ma tutto scorre via tra curiosità, qualche sguardo guardingo, mascherine e molta voglia di musica.

Io non vivo per il palco, ma vivo per creare, con i miei tempi, nei miei spazi

L’ultima volta che ho incrociato Fabi (e ne ho scritto su The Mag), ero al Riverock ad Assisi (agosto 2017) e fu un concerto strepitoso per intensità e bellezza. Era anche l’addio alle scene (poi rivelatosi temporaneo), così come venne annunciato dallo stesso cantautore.

Ritrovarlo adesso, dopo questi mesi al contrario, ha un sapore dolce e delicato, come lui.

Quando sale sul palco, insieme a Patrizia Cantelmo pronta ad intervistarlo, Fabi è emozionato tanto quanto noi del pubblico.

Qualche battuta per sciogliere la tensione e si scopre così il suo legame con la vicina Chiusi, dove abitava la famiglia di sua madre e dove lui stesso ha vissuto per diverso tempo.

Una delle prime domande che gli vengono fatte è figlia di questi tempi: la pandemia si è rivelata un momento creativo?

“Ogni artista è stato colto in modo diverso. Io non ho ancora avuto spunti creativi.

Sono uno che ha i suoi tempi, sono riflessivo, magari più avanti, dopo aver elaborato quanto accaduto, qualcosa arriverà”, spiega.

Per Fabi, insomma, la pandemia è stata soprattutto quotidianità e riscoperta di cose semplici, senza l’assillo di dover scrivere per forza qualcosa.

Come, aggiungo io, hanno invece fatto alcuni suoi colleghi.

“Da quello che ho visto, questi mesi sono stati un’esperienza che in qualche modo ha messo in luce molti nostri fantasmi e per qualcuno mi rendo conto che sia stato veramente difficile non potersi esibire – prosegue -.

Non per me. Io non vivo per il palco, ma vivo per creare, con i miei tempi, nei miei spazi e questo ho continuato a fare.

Mi ci è voluto del tempo per trovare il giusto rapporto con le esibizioni dal vivo che ora sono diventate una sorta di catarsi in cui essere un po’ svergognato e mettere a nudo quelle che sono le mie debolezze, perché questo è per me fare musica”.

Antidivo? Affatto, Fabi è semplicemente questo: una creatura delicata, a tratti timida, sempre profondissima.

“Una volta il jazzista Stefano Di Battista, un romanaccio di quelli veri, dopo la fine di un concerto mi disse col suo accento romano: ‘Tu non vai sul palco pe’ fa vede’ quanto sei forte, ma quanto sei debole!’.

E aveva ragione, questa è la parte che ho da offrire, la parte forse più oscura e mostrarla in musica è diventata una specie catarsi”.

L’intervista prosegue, il cantautore tra le altre cose spiega che il disco di cui è più orgoglioso è “Una somma di piccole cose”, “l’unico che riesco ad ascoltare nelle mie playlist”.

Che singoli come “Dica” e “Capelli” alla lunga si sono rivelati essere un’eredità un po’ scomoda, (“In quei dischi c’era molto altro e più rappresentativo, ma la promozione funzionava così all’epoca”) e che la cosa che gli è sempre riuscita meglio è “cantare di un’età adulta, tra i 40 e i 45 anni, e di tutte le situazioni della vita che ti trovi quando hai quegli anni”.

Poi arriva il momento della musica.

Una manciata di brani per voce e chitarra. Bellissimi, intimi, cantati con il cuore in mano e insieme al pubblico che lo ha accompagnato a ogni strofa.

Brividi altissimi e occhi umdi soprattutto durante “Ecco”, “Costruire” e finale a squarciagola con “Il negozio di antiquariato”.

E sì, è stato bellissimo.


Setlist

• Tradizione e tradimento
• A prescindere da me
• Filosofia agricola
• E’ non è
• Io sono l’altro
• Ecco
• Costruire

Encore

• Il negozio di antiquariato

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