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NOBRAINO A CITTÀ DI CASTELLO – IL NOSTRO GIOCO DI SQUADRA

NOBRAINO
2 min.

In una notte di mezza estate i Nobraino sono sbarcati per la prima volta a Città di Castello. Il 19 luglio scorso, nell’ambito del Festival della Solidarietà organizzato da Altotevere senza Frontiere, la band romagnola ha portato il suo rock alternativo unito alla straordinaria capacità di trasformare un concerto in un vero e proprio show.

di Andrea Tafini

Quattro album alle spalle, una carriera iniziata nel 2001, i Nobraino si sono fatti conoscere al grande pubblico nel 2010 con l’album “No USA! No Uk!”, ottenendo in seguito molti riconoscimenti (miglior tour dell’anno nel 2011 al MEI di Faenza). Il loro ultimo disco è “L’ultimo dei Nobraino”, protagonista della scaletta presentata al pubblico tifernate. Qualche ora prima del live abbiamo scambiato due parole con Lorenzo Kruger, frontman carismatico del gruppo nonché voce, autore dei testi e mente ‘diabolica’ di tutto ciò che di inconsueto (tipo rasare a zero uno spettatore volontario) succede sul palco durante i loro concerti.

Quello che inventate durante i live è ormai un vostro punto di forza. Com’è nata questa attitudine molto teatrale?

«La nostra caratteristica è sempre stata quella di spettacolarizzare quello che suoniamo e che inventiamo dal vivo: le nostre trovate nascono quasi naturalmente dagli esordi, è una tendenza scenica che abbiamo assecondato con convinzione. Poi ovviamente nel tempo ci siamo applicati per migliorare  e abbiamo studiato meglio le nostre perfomance. Gli altri componenti hanno trovato la loro dimensione espressiva, io avevo già una naturale tendenza a fare il buffone devo dire. È diventato come un gioco di squadra».

Spesso siete definiti un gruppo folk-rock: che ne pensate?

«Noi non seguiamo molto la letteratura della musica, le sue etichette e i suoi stilemi. Non seguendo nessun genere in maniera accademica non è facile definirci come folk o rock o pop… siamo un mix, io scrivo in diversi registri per esempio, da quello ironico a quello più serio, declinando il tutto con varie musicalità».

Questa cosa che tu fai molto bene, cioè scrivere canzoni con testi ironici che trattano temi seri: lo fai perché secondo te il messaggio arriva meglio?

«Sì, certe volte sì. Mi accorgo che in effetti è più facile veicolare certi messaggi con l’ironia, e poi la canzone è molto più vendibile, anche se non mi pongo questo problema. Però c’è l’altra faccia della medaglia, se ironizzi troppo poi si rischia di diventare inefficaci. Ci vuole la giusta misura».

Dopo tre album indipendenti l’ultimo lavoro è uscito con una major: avete trovato differenze?

«Assolutamente no, anche perché il disco lo avevamo prodotto prima e abbiamo consegnato il prodotto bello e finito. Ancora non è cambiato nulla, anche dal punto di vista dei tour. Vedremo in futuro come si evolveranno le cose. A noi comunque piace mantenere una certa versatilità, suonare sia in palchi grandi che di provincia. A volte vengono fuori dei concertoni su palcoscenici sgangherati e improbabili».

Domanda d’obbligo: i vostri musicisti di riferimento quali sono?

«Potremmo fare notte con questa domanda… riguardo ai gruppi italiani poca roba,  Afterhours soprattutto. È un po’ il gruppo che ha dato impulso a molti ragazzi per iniziare a suonare. Le influenze musicali in generale sono tantissime, e ti potrei fare 10 nomi e poi domani altri 10 completamente diversi. Potresti fare un intero pezzo su questa roba ma non credo ne valga la pena».

Il futuro prossimo dei Nobraino.

«Ancora abbastanza indefinito, stiamo già ragionando  sul prossimo album ma ancora non c’è niente di scritto».

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Pubblicato da

Redazione di the mag

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