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Nuvolo a New York – IL CIELO IN UNA STOFFA

1 min.

Alla Di Donna Gallery il successo delle opere  dell’artista tifernate nella sua prima retrospettiva americana.

di Giuseppe Sterparelli


Di azzurro ce n’è poco nella selezione newyorkese di Germano Celant in mostra alla nuova e attivissima Di Donna gallery; quello dei Cuciti a Macchina di Nuvolo, poetico alter ego di Giorgio Ascani (1926/2008) è un cielo materico, ancora plumbeo a tratti, è l’orizzonte delle cose concrete e di un’Italia ormai uscita dalla guerra (siamo alla metà dei ’50) ma che doveva ancora pensare a fare con quello che c’era. Ma si sa, quando c’è di meno la mente diventa bambina e il ragazzo nato in una famiglia di stampatori in quel momento aveva già creato un mondo diverso, con il passaggio della serigrafia all’ambito pittorico del pezzo unico.

Nelle tre sale di “Nuvolo and Post-War Materiality”, esaltate dal dinamismo delle sculture di Ettore Colla e Pietro Consagra, si focalizza invece un ambito differente della sua produzione, non frutto dell’amato telaio serigrafico ma di un altro mezzo meccanico; una cucitrice a pedale Vigorelli a cui innestò un piccolo motore elettrico.

Un ventaglio di opere che nasce dalla stessa sete di ricerca e che affonda nella vita degli oggetti quotidiani, in tessiture che non sono che i brandelli di abiti acquistati a Porta Portese e da lui stesso indossati o il fustagno, teso sulle tele o unito in un collage piano, ordinato, in cui l’andamento delle pezzature è spesso in verticale e pare muoversi in una successione ritmica, musicata su improvvisazioni controllate.

Introdotti da una collana di opere  materiche, tra i quali spicca un Bianco dell’amico Alberto Burri, i cuciti di Nuvolo trovano un raffronto con altri grandi nomi del Novecento, iscrivendosi in un piano storico ma comunque vivo e non didascalico, da Fontana a Fautrier, da Tàpies all’Achrome di Manzoni, fino a Mimmo Rotella con un’Ode a Villa, il poeta che di Nuvolo come di Burri scrisse tra i primi trovandone i germi di un’arte veramente nuova.

In particolare risalto i cosiddetti Daini (dal ’59) dove i ritagli di pelle di daino danno luogo a strutture geometriche irregolari, da seguire con gli occhi secondo cuciture imprevedibili, fino al Diagramma del 1962, una delle opere provenienti dalla collezione permanente della Pinacoteca di Città di Castello, in una ulteriore elaborazione spaziale fatta di sole righette di filo cucito sulla tela, a descrivere una linea nuda, come una sorta di elevazione.

Il nuovo e fortunato inquadramento americano svolto con l’ausilio dell’associazione (presieduta dalla consorte dell’artista Liana Baracchi e dal figlio Paolo Ascani), non sembra comunque dimenticarsi delle origini e del contesto da cui tutto nacque e nei quali restano chiari – come fu nelle parole dello stesso Villa – “i sentimenti del prodigio, della illuminazione, dell’invenzione, l’istinto della genialità.”

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Pubblicato da

Redazione di the mag

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