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OTTAVIA PITTINI – TUTTO MERITO DI UN VIAGGIO IN NORVEGIA

Ottavia Pittini posa per the Mag
4 min.

Forse non tutti conoscono “Io vivo in”,  un marchio Made in Italy rappresentato da un piccolo cinghiale stampato su magliette e molti altri gadget… beh, si tratta di uno dei più clamorosi casi imprenditoriali degli ultimi anni ed è spuntato fuori in Valtiberina Toscana; solo nel 2015 il brand ha venduto 15000 t-shirt e 10000 cinghiali in peluche. Questo successo è frutto dell’intuizione di Ottavia Pittini e di suo marito Nicola.

Incontriamo Ottavia a Sansepolcro in un assolato martedì che sa di primavera. È brillante, comunicativa, frenetica e pure molto decisa nelle parole. «Le mie giornate sono di quarantotto ore, non di ventiquattro, molto incasinate tra figli e lavoro; e per fortuna che ho molto diminuito con la professione che avevo prima, fino a poco tempo fa…», racconta Ottavia.

di Marco Polchi

Quindi lei aveva due lavori?

«Eh sì! Facevo la rappresentate per il centro Italia di un’azienda farmaceutica, dove mi sono ritrovata quasi per caso visto che ero laureata ma non avevo tutti i requisiti. Questo è stato per diverso tempo il mio primo impiego, poi con lo sviluppo e la crescita del marchio attuale e la nascita dei miei figli ho dovuto decidere a cosa dare più spazio».

Ottavia Pittini - ritratto luce naturale ad Anghiari

Ottavia Pittini per The Mag

E come riusciva e riesce a conciliare il tutto?

«Devo dire che in questo mi dà una grande mano mio marito. E mi sembra pure giusto. La parità passa anche per la collaborazione, la divisone dei compiti e l’organizzazione insieme della giornata, lavorativa e familiare. Mi pare di dire cose semplici ma mi accorgo che così non è».

In che senso?

«Nel senso che questo dovrebbe essere la normalità, ma è ancora un argomento di dibattito sia sociale che politico».

Si riferisce alla discussione sorta intorno alla candidatura di Giorgia Meloni come sindaco di Roma?

«Sì ma non voglio entrare nel merito, dico semplicemente che una donna può fare quello che vuole, se se la sente. Non può esserle imposto nulla».

Lei è nata in Friuli, a Udine, com’è che si è ritrovata in Valtiberina?

«Sono arrivata a Sansepolcro nel 1999 per una collaborazione di lavoro tramite l’Università in una nota azienda della zona; mi sono sentita un po’ spaesata all’inizio, ma così ho iniziato a conoscere questo territorio».

Dove poi è rimasta.

«Proprio così, in quel periodo ho conosciuto anche  il mio attuale marito. Poco dopo mi sono trasferita definitivamente, di giorno ero rappresentate – come le ho accennato prima – di sera mi davo da fare in pizzeria alla Pieve Vecchia, che la famiglia di Nicola (il marito, ndr) aveva aperto da non molto».

Aveva poco più di vent’anni ma le idee chiare…

«Dipende anche dal carattere. In particolare, però, parlando di lavoro credo che mi sia sempre data da fare, ho fatto la mia prima stagione in montagna non ancora sedicenne: volevo essere indipendente, almeno per i miei interessi. Penso che anche ora, nonostante tutti i problemi che ci siano se uno vuol lavorare, possa farlo».

Di cosa ha paura, Ottavia Pittini?

«La cosa che mi fa paura in questo momento è che i giovani sono disorientati, sembrano sicuri ma sono fragili e non hanno punti di riferimento; hanno poche ambizioni, non tanto nel possedere le cose materiali, sono poco propensi a costruire qualcosa, sembra che sia tutto dovuto».

Ottavia Pittini figura intera dentro il negoizio

Ottavia Pittini per The Mag

Lei è qui da molto tempo: ormai si sente un po’ toscana?

«Non molto a dire la verità. Ci sono delle cose che mi piacciono molto qui, il territorio è bellissimo, la gente è gioviale, aperta ma al nord trovo maggiore disponibilità, soprattuto nell’ambito sociale. Per assurdo qui percepisco più individualismo, apparenza, se una persona non vede un qualche guadagno non si rende disponibile. Mi pare una tendenza generalizzata, almeno questo è quello che ho visto io».

Vive a Sansepolcro ma ha scelto Anghiari come sede del punto vendita: perché?

«Per motivi turistici, questo contesto si addice alla nostra attività. Abbiamo aspettato circa due anni per avere quel posto nel borgo di Anghiari.. e pensare che il proprietario stava quasi per tornare sui propri passi ma noi ci siamo imposti, tenevamo in modo particolare a quello spazio».

Ma com’è nata l’idea di abbinare un animale al marchio “Io vivo in Italia” poi declinato alle regioni del Belpaese, a partire dalla Toscana?

«Dai viaggi… dopo il primo, intensissimo periodo alla Pieve Vecchia io e mio marito siamo tornati a fare qualche vacanza e ci siamo accorti che negli altri paesi venivano utilizzati degli animali tipici come mascotte, ad esempio in Spagna il toro, in Scandinavia le alci, qui da noi solo monumenti. Allora abbiamo detto: perché non fare qualcosa di particolare? Da lì è venuta l’idea del cinghiale per le magliette a fine 2009 inizio 2010».

Ma perché il cinghiale?

«È l’animale più italiano, copre da nord a sud, si presta a essere simpatico, diretto ma sincero, è un po’ l’italiano medio!».

Quali le maggiori difficoltà che ha incontrato?

«Guardi, abbiamo aperto un negozio a Massa Marittima perché comunque c’è la voglia di investire nei borghi piccoli: il problema è il costo del lavoro, è troppo elevato e poi la ripresa economica che è un miraggio ancora».

Come mai dice questo?

«Da noi la crisi non è ancora arrivata, sta iniziando a mordere sul serio in questo momento secondo me; lo si vede dai prodotti a basso costo nei supermercati, dai negozi e dalle aziende che chiudono in numero maggiore. C’è un impoverimento generale».

Eppure le crede nel Made in Italy.

«Oh sì. Proprio ora parte una nuova linea disegnata da me per calamite, candele e saponi fatti interamente in Italia. Certo: t-shirt, peluche e gadget sono d’importazione per abbattere i costi».

Ha mai pensato di spostarsi?

«Lo ammetto, non è facile resistere però soprattutto ora, con la famiglia, è complicato andarsene. Dobbiamo tenerci strette le nostre eccellenze, le migliori realtà imprenditoriali e costruire qualcosa con loro, significa che si possono fare delle cose buone anche qui. Purtroppo c’è uno sfasamento tra chi produce e chi amministra e gestisce le risorse. In Italia non si riesce ad arrivare mai in fondo alle cose anche recuperiando con altre cose: storia, natura, cibo…».

Appunto. Qual è il suo piatto preferito?

«Non un piatto… ma un peccato di gola: cioccolato fondente con nocciole intere!»

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